mercoledì 15 aprile 2026

AILANTO n. 82 - su Fabrizio Lombardo

 



La linea spezzata è il titolo del nuovo libro di versi di Fabrizio Lombardo, classe 1968. Lo pubblica Donzelli, nella collana che ha accolto altre voci della stessa generazione, come Vezzali o Mazzoni, contribuendo così a disegnare una mappa più attendibile della poesia che ha iniziato ad affacciarsi nel corso degli anni Novanta. Lombardo è autore di area emiliana: a Bologna anima, con altri sodali, la rivista «Versodove», una delle realtà più longeve nel suo settore, un punto di riferimento sia per la poesia che per la narrativa e la riflessione critica. Del suo repertorio, che comprende ormai ben sei raccolte, ho conosciuto gli avvii, fermandomi a Carte del cielo del 1999. Il ricordo era quello di un estremo rigore, di dettato e di stile, di ricerca di un’esattezza che al di là certe immagini e suggestioni potesse approdare a una ricercata determinazione della parola e del verso. Autore quindi controllatissimo, Lombardo esibiva un progetto poetico di grande coerenza interna, apparendo come un poeta dotato di un cospicuo bagaglio iniziale, alla stregua di maestri come Raboni, o più recentemente di Santagostini. Voglio solo suggerire una fisionomia, un’identità precocemente formatasi, poiché Lombardo condivide con i poeti di area milanese solo la propensione a una certa narratività, che finisce poi per condensarsi in istanti di consapevolezza, in rapide epifanie. 

In questo senso potremmo apparentare molte di queste brevi poesie a un titolo raboniano come Barlumi di storia, perché di questo si tratta. La linea spezzata di cui si parla in queste pagine è quella di una vita destinata a una frattura, ed è una vita apparentemente declinata al singolare, ma in realtà collettiva. La storia a cui si allude è quella degli anni di piombo; la linea del tempo, che si cerca di rievocare, è spezzata oppure «obliqua», come suggerisce la citazione di partenza da Italo Calvino, ovvero una linea che si perde «in fondo all’opaco», lì dove l’ombra della memoria confonde il vissuto e il suo richiamo, il passato e i bilanci che possiamo trarne. Lombardo si mostra in questo come un soggetto coraggioso, pronto a fare i conti con una stagione socialmente importante, con forme di impegno talvolta estremistiche, densa di grumi che restano ancora da sciogliere. La sua poesia va nella direzione di un necessario decantarsi: la pulsione che l’anima, e la passione che si traduce nel ritmo, a un certo punto subiscono il ralenti di una coscienza che, mentre si riappropria di tutto il dolore di quella stagione, nello stesso tempo intende esorcizzarlo, sul piano famigliare come su quello più generale.

È un libro, questo, fortemente assertivo. Sarebbe sufficiente uno sguardo alle chiuse, che fanno intravedere la concentrazione di quel dolore, forse indispensabile come pure la ricerca di vie di fuga: penso soprattutto alla sezione centrale, (Exit Music), o ad Atlante dei giorni: il respiro che si fa notte, la porta che si è chiusa, il non voler tornare indietro una seconda volta, l’attenzione a ogni singolo passo, per non cadere di nuovo, e tutto questo che si fa «scoria che non resiste al tempo». In Inventario dei nomi dimenticati la rima tra Storia (rigorosamente con la maiuscola) e memoria appare come il motore propulsivo dell’intero libro, come l’autentico collante tra le varie sezioni; il cui disegno, alla fine, appare come un tracciato compatto, sebbene la luce che si affaccia sulla storia riesca solo a illuminarne pochi, irrinunciabili frantumi.

 

Fabrizio Lombardo, La linea spezzata, Donzelli 2026, e. 15.00.

 

 

Anche quest’anno il giardino ha cambiato colore, le foglie

dell’acero, cadute, formano un cerchio rosso. Ci passiamo

accanto nel primo giorno dell’anno e proviamo a leggerne

le sfumature come fondi del tè, per interpretare

la vita che ci aspetta. La porzione di dolore

da ingoiare, la posologia che non trova misura.

 

Fatti da parte, lascia che il vento cambi la forma

del testo, che scombini il prato, prima del gelo.

 

 

 

domenica 12 aprile 2026

AILANTO n. 81 - su Francesco Paolo Memmo

 



Il pensiero che Francesco Paolo Memmo sia uno dei poeti migliori della sua generazione mi accompagna da molto tempo, almeno dai primi anni Novanta, quando ebbi occasione di leggere In via esplorativa (1991). Se come studioso, soprattutto di Vasco Pratolini, Memmo ha avuto importanti riferimenti editoriali, questi sono invece mancati per la sua poesia, affidata, tranne che per La sezione aurea del 1986, apparso da Vallecchi, a piccoli editori. A ciò si accompagna il lungo silenzio che quest’autore si è imposto fino al 2023, quando le edizioni Il Labirinto hanno pubblicato Linea di basso ostinato, il volume che ripercorre il tracciato interrotto proprio nel 1991, dopo che dal 1975 erano apparse ben cinque raccolte. In realtà Linea di basso ostinato si spingeva fino al 1997, ma si trattava in ogni caso di un discrimine davvero ampio, quasi un trentennio di assenza dalla poesia; che non vuol, dire, beninteso, rinuncia alla scrittura, poiché Memmo finalmente congeda un nuovo libro, dal titolo però definitivo, testamentario: Explicit, da poco apparso ancora per Il Labirinto.

C’è davvero da augurarsi che questa occasione segni una ripresa, e che Memmo, dunque, se non proprio nel mainstream della nostra poesia (ciò che lo metterebbe giustamente a disagio, credo) riesca comunque a guadagnarsi quella visibilità che merita. Explicit è libro unitario, compatto, coerente come pochi. Lo è per lo stile, per il rigore, che neppure tropo in filigrana lasciano cogliere, da parte dell’autore, la certezza di essere ancora, nonostante tutto, un poeta. Lo dimostrano anche la giusta dose di distacco dalla materia narrata, l’ironia e l’autoironia che accompagnano una vicenda esistenziale ripercorsa fin dall’infanzia, dalla morte del padre agli anni della formazione, al grande amore, fino alle soglie di un’anzianità forse un po’ troppo compiaciuta, se non riconoscessimo in lui, nella sua autenticità, la verve di un eterno ragazzo. Ciò che colpisce è la particolare declinazione della memoria (ed è sintomatico, in questo, che il libro si apra con una citazione da Gesualdo Bufalino, quasi un viatico): si tratta infatti di una memoria spesso onirica, che si confonde con la dimensione del sogno, dove tutto appare insolitamente concreto, reale; ed è altrettanto sintomatico di una necessità irrinunciabile che l’autore poi dichiari di non ricordarli, i suoi sogni, che invece si traducono nel flusso ritmico dei suoi versi con una lucidità incontrovertibile, fino a sfociare nella tautologia: «Tutto qui», scrive Memmo al termine del suo primo sogno, come a ribadire che la spinta immaginifica altro non è che il riaffiorare di un rimosso, dove anche l’assurdo può trovare spazio (per esempio il grande Thelonius Monk abbracciato a un lampione di cui sarebbe innamorato).

Questa «risorgenza» di poesia, come lui stesso la definisce, è qualcosa di sorgivo, di autenticamente donato al lettore; e certo, «a cancellare sei ancora in tempo», ma per fortuna la scrittura è tornata a segnare l’attraversamento del suo e nostro «inferno» presente, anche se per riconsegnarlo a un altro inferno. Consapevole che nulla ci possa salvare, tantomeno la poesia, basta a Memmo lasciarci neppure un monito, ma il sentimento di un monito: che è quello, in definitiva, di una leopardiana condivisione della disperazione, che forse, almeno in parte, può indicarci una strada per restare lontani dalla devastazione.

 

Francesco Paolo Memmo, Explicit, Il Labirinto 2026, e. 15.00.

 

Missione di soccorso

 

Ti avrei voluto vedere io a te

addentrarti come ho fatto io per te in quei

meandri, sondare l’insondabile – che io

a te te l’avevo anche detto avvertito

io te l’avevo detto che l’impresa

sarebbe stata addirittura folle

ma prima o poi l’avrei portata a compimento.

 

Ora a me che torno vincitore

tu che trofeo mi dai a me che ho attraversato

l’inferno per tornare in questo inferno?

Non c’è prezzo.

Ma a te ti basti di averlo evitato

a me mi basta di avertelo evitato.