lunedì 9 dicembre 2024

Cassandra e la sparizione del mondo. Per Rita Iacomino

 


Mi sono imbattuto per la prima volta nella poesia di Rita Iacomino al tempo di Dura verticale, il prezioso libretto pubblicato da Peppino Appella nelle prestigiose Edizioni della Cometa ereditate da Libero De Libero. Prima di quella pubblicazione, però, l’autrice aveva partecipato al Premio Montale per l’inedito con una silloge intitolata Luoghi impraticabili nella memoria, che fu inserita nell’antologia del Premio edita da Vanni Scheiwiller. Sarebbero seguiti titoli come Poemetto tra i denti Diario di un finto inverno.

Di Dura verticale (era il 1999) mi colpì il rigore; fui preso dall’esattezza, dalla misura degli aggettivi, segno ulteriore proprio di quell’esattezza ostinata con cui la scrittura reagiva alle sollecitazioni del mondo. Ora tutti questi titoli, considerati insieme, compongono una sorta di sistema: parlano, cioè, di una poesia della durezza, intesa non solo come durezza dell’esistere, ma anche come durezza della modalità dell’esistere. Insomma, siamo di fronte a una durezza ontologica, che investe l’individuo e lo circonda del tutto.

Tale durezza, nell’ultimo, appassionato lavoro di Rita Iacomino, Dalla sparizione del mondo (pubblicato da Sergio Pandolfini nelle Edizioni il Bulino, con opere di Franco Mulas consegnate dall’artista poco prima della sua scomparsa) avvolge necessariamente anche la parola profetica; e il personaggio che si affaccia in questi versi non è un severo io giudicante come ci attenderemmo per esempio da una scrittura veterotestamentaria, ma una donna alla quale il dono della profezia si è rivelato come un’atroce condanna. Parliamo di Cassandra, da sempre, con Ipazia, ipostasi di una femminilità connotata dalla sapienza e dal coraggio: entrambe sono travolte dal crollo delle loro rispettive civiltà. Cassandra si trova attanagliata tra l’amore e la sventura, due poli in apparenza opposti ma strettamente connessi anche nella tradizione letteraria d’Occidente; il suo rifiuto dell’amore di Apollo la conduce verso parole di sventura, le sole che potrà pronunciare, ogni volta inascoltata e mai creduta, nelle sue meste profezie. In lei il veicolo di trasmissione della verità si è come inceppato; le sue verità scomode, eppure salvifiche, vengono ignorate e la tragedia annunciata potrà compiersi nel pieno dei suoi effetti nefasti.

Questo aspetto del personaggio consente, a quest’altezza del tracciato poetico di Iacomino, di poter verificare a cosa reagisca quella durezza che lo caratterizza: l’«indecenza», quella che induce non alla negazione, ma a una tacita, conformistica, alienante sopravvivenza. È questa la tragedia che avvolge la tarda modernità di questo poemetto. «Sopravvivere all’indecenza», questa è la recita, questo il ruolo da affrontare. All’insegna di quella durezza e di quella severità, così pervasive nella scrittura di Iacomino, verrebbe fin troppo semplice identificare la protagonista di questa nuova impresa con la stessa autrice. Eppure in Cassandra c’è qualcosa di Rita, ma passato attraverso un filtro essenziale, quello della teatralizzazione, attraverso cui il poeta può preservare il proprio tasso di liricità e dire tranquillamente «io» senza esibirsi in modo diretto, ma nelle parole del personaggio. Del resto, è un espediente antico che le nostre lettere perpetrano in modi diversi almeno da Dante, fino a Giudici nel pieno del Novecento.



Per parlare di sé, conservando il coraggio e il privilegio della prima persona singolare, si può scegliere la via del teatro. È quanto accade qui: «Dovevo interpretare Cassandra», scrive Iacomino, ma a parlare sono almeno due voci, quella del mito e quella della realtà, quella del personaggio e quella dell’autrice. Cassandra ha infatti un altro nome, è figura dal doppio nome; invano lo cercheremmo nel suo equivalente greco, Alessandra, perché a ben vedere quest’alterità contempera quella di Rita, ma anche quelle degli altri miti che possiamo richiamare e confrontare come esempi precisi e perfetti di enantiodromia. Dure sono le parole della profezia, inascoltabili, inaccettabili e perciò respinte; dure sono le parole della poesia. L’autoriflessività del discorso poetico si travasa in quella della predizione e viceversa.

Mito e storia si reggono su un contrasto apparente (il mito è una parola scelta dalla storia, scriveva Barthes) e in questo poemetto appartengono alla stessa sostanza ingannevole. Tra i nomi che Cassandra evoca, e dai quali prende le distanze, ci sono forti contrasti in effetti: per esempio Medea, la madre che uccide i figli, e Cornelia, la madre devota; quindi entrano in scena Arianna e il Minotauro, ovvero la complice dell’uccisore e la vittima. Tra di loro è Sisifo, l’emblema dell’inutilità della fatica umana. In realtà Cassandra è tutte queste cose insieme, è lei stessa un catalogo dei destini infausti: «sempre e solo Cassandra», ovvero sé stessa e il destino che si trova a incarnare e che è il suo più vero drammaturgo. Essendo il destino umano un modello di finitudine, e dunque collimando con la morte - l’orrido nulla di Leopardi che inghiotte ogni realtà - non poteva mancare in questo catalogo tragico tra mito e storia anche un riferimento dantesco al canto di Ugolino della Gherardesca. L’«Opera» inscenata, ovvero quella del grande, instancabile «ordinatore mitico», rappresenta una «storia» (antropomorfizzata) che infine «sazia / ripulisce i denti dai residui del gran banchetto» e Cassandra stessa si ritrova «espunta / dalla stupida dentiera della morte / residuo anch’io del pasto orrendo».

Come la fortuna degli antichi, anche la morte per Cassandra è «stupida» nel senso di cieca, poiché coglie ogni forma di vita indiscriminatamente e inconsapevolmente, perpetrando per l’appunto un destino. In quest’opera dal «dire sincopato», che richiama il «balbo parlare» del primo Montale, il destino è ineludibile e nella nostra corsa verso il suo compiersi, nell’attraversare l'eterno divenire delle cose, si realizza proprio quella forma di enantiodromia eraclitea, quel congiungersi con i propri opposti che segna per intero il personaggio della profetessa non creduta. «Gli eventi danno conferma delle previsioni: / le previsioni erano l’evento», scrive Iacomino, recuperando qualcosa anche del linguaggio giuridico, per cui il carattere ragionevole della previsione è prova della rappresentazione in negativo dell’evento. Possiamo leggere quel negativo come uno stadio fotografico prima del vero compiersi dell’evento, insomma del suo positivo, o come suo contrario, ancora una volta nel solco dell’enantiodromia; perché ciò che Cassandra vede in anticipo «è già presente» e la corsa del tempo, in cui vita e morte si fronteggiano incessantemente, cerca di eludere la verità, «chiarezza che abbaglia», «dolore insopportabile», aprendo lo spazio all’«ignoranza», altra forma di quell’«indecenza» da cui abbiamo preso le mosse. Un altro mito è qui alluso, ed è metafora stessa del potere metamorfico della poesia: quello di Perseo che riesce a uccidere Medusa sottraendosi al suo sguardo letale, pietrificante, semplicemente seguendone le mosse riflesse sul proprio scudo. Non l’immagine diretta, quindi, che di fatto accecherebbe l’osservatore, ma quella riflessa, verosimile e non vera. Così, riprendendo un’inarcatura notevolissima di Leopardi, dagli ultimi versi dell’Infinito, il soggetto di questo poemetto, colto in «questa / immensa dolorosa ubriacatura» che è la nostra Storia, ambisce alla «sparizione del mondo» per proiettarsi in un’anteriorità primigenia, in una culla mitica delle origini («questo giardino vivo / a cui incessantemente torno»), quando la Storia poteva ancora essere ogni storia e un’infanzia edenica poteva ancora arginare il dolore a venire. Ma di tutto questo, come già scriveva Baudelaire, resta soltanto il desiderio, e il «secret douloureux qui me fasait languir», quel «male chiuso dentro il mio languire».

martedì 26 novembre 2024

Venerdì 29 novembre a Salerno per gli "Incontri di poesia contemporanea"


Venerdì 29 sarò a Salerno per partecipare a questo bel ciclo di incontri organizzato dalla Fondazione Alfonso Gatto e dall'Università, in collaborazione con il Ministero della Cultura: gli incontri sono preliminari alla costituzione di un Istituto di Poesia contemporanea. 
Alle 10.30 a Palazzo D'Avossa.

 

lunedì 25 novembre 2024

«Blu di metilene». Presentazione a Roma il 28 novembre

Giovedì prossimo, alle 18.30, presentiamo questo libro di Francesco Tarquini, Blu di metilene, edito da Il Labirinto. Memorie tra arte e letteratura, ebraismo e islam, oriente e occidente, in una scrittura nitida e pensosa. Vi aspettiamo!






venerdì 15 novembre 2024

100 anni di Bonaviri. A Palermo, 21-22 novembre

Giovedì e venerdì della prossima settimana, a Palermo, festeggiamo i 100 anni di Giuseppe Bonaviri con un bel convegno. Il ritratto dello scrittore è nello stile inconfondibile di Rocco Micale.











lunedì 4 novembre 2024

AILANTO n. 75 - su Marco Vitale

 


«Quel venire / a patti con la vita». Prendo questo verso e mezzo dalla poesia che chiude la nuova raccolta di Marco Vitale, La strada di Morandi, appena apparsa da Passigli con una lucida e davvero aderente prefazione di Gabriella Palli Baroni. Non sorprende che la studiosa di Bertolucci si sia trovata a suo agio tra i versi di Vitale, qui ancor più permeati di una malinconia pervasiva, rispetto alle prove precedenti. Il sentimento della vita, quel venirci «a patti» per l’appunto, passa in questo poeta, come nella poesia di Viaggio d’inverno, attraverso una sequela di immagini dense, in grado non di riprodurre mimeticamente, ma di restituire il vissuto in tutto il suo alone di temporalità. Curioso, in un libro che potrebbe essere fin dal titolo una silloge di ekphrasis: l’autore si guarda bene dal restituirci quadri, nella loro cromatica staticità, e se si azzarda talvolta a descriverli lo fa in punta di penna, per rapidissimi accenni, quel tanto che possa risultare sufficiente a dare non più di un’idea, la leggerezza di un’allusione colta. 

Vitale ha da sempre scelto di sfondare la dimensione del tempo, ma lo ha fatto – e continua a farlo – con l’insolita, sapiente, caparbia perseveranza del viandante di fronte a una porta che nessuno vuole aprirgli; non ha bisogno di bussare più forte, basta tenere lo stesso ritmo insistente e riesce infine a entrare, una volta per tutte, nel proprio trascorso. Vale a dire che nel circuito di azione e reazione, il soggetto (un soggetto elegiaco, che reca in sé tutta la dura dolcezza degli elegiaci) è sempre in movimento, non tanto per le geografie percorse (la poesia di viaggio è una costante di Vitale), quanto per quei moti tutti interiori che lo portano incessantemente a confrontare passato e presente, ora all’insegna di un’acquisizione o di una consapevolezza, ora all’insegna di una perdita, provocando quelle «inevitabili asimmetrie del cuore» che ci riportano proprio a Bertolucci e, attraverso lui, a una diffusa matrice proustiana.

Così La strada di Morandi ci appare come una piccola Recherche, come la summa di una vita vissuta tra poesia e viaggi, dislocamenti spesso necessari rivelatisi, al filtro della memoria, ulteriori passaggi di una lenta riappropriazione di sé. Tra poesia e viaggi stanno le amicizie, che rendono quegli spostamenti qualcosa di «sentimentale», nel senso che poteva attribuirgli Sterne; e allora si motivano le numerose dediche, qui più fitte, o i testi in cui riconosciamo il carattere e i modi di qualcuno che ha abitato, per un tratto breve o lungo, i giorni di questo poeta, lo «scabro purgatorio» da cui l’esistente/esistito ancora si affaccia, per darci segno della sua consistenza e della sua permanenza affettiva. E si motiva anche il percorso nei testi altrui, con le splendide prove di traduzione («imitazione», come recita il sottotitolo?) del Quaderno francese, da Charles d’Orléans a Blaise Cendrars, secondo una scelta precisa e ben orientata, che fa di questo libro, in sostanza, un’incredibile sala di specchi, di rimandi continui tra ieri e oggi, tra sé e l’altro; forse dura da attraversare, eppure necessaria, per l’autore come per il lettore, affinché le «cose terrestri» possano infine mostrarsi nel loro «schiudersi / segreto».

 

Marco Vitale, La strada di Morandi, prefazione di Gabriella Palli Baroni, Passigli 2024, e. 14.50.

 

 

Non più lo sai farò ritorno

su quel sentiero che infittiva

in alta valle

e tra le resine d’un giorno

di promesse non più

quai calici di ambra quel venire

a patti con la vita

che luce a un tratto sul crinale prendeva

meravigliandosene appena

e poi riconoscendo quanto da un punto

a un altro era respiro, ma solo lì

 

dove il silenzio presto sarebbe sceso

 

 

 

 



lunedì 21 ottobre 2024

La magia dei classici - a Roma il 24 ottobre

 Giovedì 24 ottobre inauguro un ciclo di incontri su alcuni grandi autori del secolo scorso.

A me spetterà parlare del grande Umberto Saba.

Questo il programma, vi aspettiamo!




domenica 6 ottobre 2024

Poetry Festival. A Vicenza il 13 ottobre

 Il 13 ottobre sarò a Vicenza per il Poetry Festival. Grazie al caro e instancabile Marco Fazzini per l'invito. Nella serata, con me, ci saranno Annelisa Alleva e Susan Morrow, saremo presentati da Giuseppe Longo.






sabato 24 agosto 2024

AILANTO n. 74 - su Marco Caporali

 




C’è sempre stata una luce particolare, nei versi di Marco Caporali, fin da quelli che segnarono il suo esordio nel 1991, con un volume presentato da Elio Pagliarani e premiato con il Mondello Opera prima. Ha ragione l’anonimo estensore del risvolto di copertina di questa nuova raccolta, Il borgo dell’accoglienza, che appare per le storiche Edizioni Il Labirinto (quelle legate all’importante rivista «Arsenale», nei lontani e vivaci anni Ottanta della capitale, per intenderci), a cui oggi viene offerta nuova linfa: è una luce «doppia», ora nordica, ora mediterranea, che disegna i paesaggi della biografia di questo poeta, tra le lande danesi e le asperità del nostro Meridione. Sono versi di assoluto rigore, precisi, talvolta cesellati con la sapienza di un trobar clus che non allontana il lettore, mentre cerca di irretirlo, di coinvolgerlo nel rebus delle immagini, nel loro accavallarsi; una strenua volontà comunicativa muove infatti la poesia di Caporali, sotto la sua apparente difficoltà, ma attraverso una scansione della realtà osservata e percepita da cui il verso sembra naturalmente derivare. È come se la poesia, per questo autore, non fosse soltanto un bisogno espressivo, il suo modo speciale di guardare alle cose del mondo e di reinventarle per noi; la poesia è piuttosto un brainframe, una cornice sensitiva e insieme mentale, un filtro attraverso cui la realtà vissuta si riassume nel pieno della sua significazione.

Caporali è ormai un poeta di lungo corso, sebbene la sua sia la figura di un autore appartato, che ha infine scelto di condurre i suoi giorni distante dai ritmi confusi di una città difficile come Roma. E discrete sono anche le sue apparizioni in volume: ben dieci anni trascorrono da Il mondo all’aperto a Il silenzio venatorio (2001), a cui hanno fatto seguito altri tre libri: Alla fine del solco (2007), Tra massi erratici (2013), La vita inoperosa (2019). Così, a ripercorrere nel loro susseguirsi queste tappe, una decisa coerenza traspare, nel conio delle immagini, nel dettato, sempre così teso. La vita che le sue poesie disegnano e ci restituiscono è davvero scandita dalla luce, il vettore che dà forma al mondo lirico di Marco Caporali e lo sostanzia, lo accende con tutti i riflessi del pensiero. Ma per l’appunto, non è mai una luce della stessa specie. Con particolare evidenza Il borgo dell’accoglienza  ci pone di fronte alla dualità giustamente rilevata nel risvolto; così, se la prima sezione è interamente abitata da tonalità nordiche, la seconda e la terza già volgono al sole romano, con una bella istantanea della casa di Valentino Zeichen, o più avanti nel ricordo delle serate trascorse in compagnia di Carlo Bordini a San Lorenzo; ed è luce ora estiva, ora invernale. Ma più ci avviviamo alla fine di questo libro, più la luce aspra del sud vuole abbagliarci, ma non per respingerci, al contrario per dare risalto – come nella lunga poesia che intitola il libro e da sola costituisce la quarta sezione – a un’armonia (sociale, della natura, che nella sua amarezza, leopardianamente, «il suo consenso nega», o del paesaggio tutto) ancora possibile, che «divampa […] tra la miseria delle case». Ecco che lo scarto, l’eccezione diventano il principio di una realtà diversa. Allora, se provassimo a definire il reticolo tematico che muove queste nuove poesie, sotto la luce che le manifesta per noi, potremmo in definitiva ascriverlo a ciò che gli antichi chiamavano «cura». Invano cercheremmo questo termine tra i versi, eppure ne cogliamo i segnali nella potente corrente affettiva che li attraversa, dal principio alla fine: cura di chi o ciò che è andato per sempre o resta, almeno nella dimensione in cui il poeta può frasi conservatore, custode.

 

Marco Caporali, Il borgo dell’accoglienza, Il Labirinto 2024, e. 10.

 

Qualcuno che ad un tratto ti riporta

dove ti eri perduto, in una lacuna

della memoria, o laddove un incerto

ricordo si rischiara, qualcuno che ha cara

la tua immagine e la serba nella sua custodia

del tempo in cui ci si lasciava andare

o così si voleva credere, alcuni

piantati fin da allora nella terra, altri vaganti

cupidi e timidi, da lì comunque

destinati a fiorire

se in un incontro fortuito qualcuno li chiama.

 

giovedì 15 agosto 2024

AILANTO n. 73 - su Giancarlo Pontiggia

 



È ancora possibile, dalla sponda di questo millennio, abitare, vivere la dimensione del classico? Oppure è qualcosa che possiamo soltanto illuderci di pensare? E soprattutto, a quale idea di classicità possiamo ancora rifarci, in un’epoca decisamente segnata da correnti, spinte, tendenze che si affermano nella labilità del provvisorio, senza ambire a quella durata – temporale e sostanziale – che in passato era un fattore implicito della ricerca artistica? Si tratta di interrogativi che in realtà non sorgono solo in quest’ultimo residuo di estenuata modernità, ma che hanno radici ben più profonde, accompagnando, di fatto, l’avvento di ciò che ancora definiamo moderno. Proprio nell’era in cui la poesia, in una sorta di canto del cigno, tornava ad affermare la sua presenza e la sua pervasività, specie sul versante lirico e su quello di grandi costruzioni poematiche, si acquisiva la coscienza che ormai l’era della vera poesia doveva essersi conclusa e che a questa si poteva soltanto sostituire l’era del pensiero di ciò che era inevitabilmente perduto. Gli dèi se n’erano andati da un pezzo. E le parentesi storiche e culturali, pur pregnanti, in cui il classico poté tornare ad affacciarsi si affermarono in realtà come studia, come riflessione, recupero e riemersione di quanto già appariva lontano. Gli otia di un Petrarca o di un Machiavelli stabilivano più una presa di distanza, un isolamento dal presente che una sua rimodellizzazione nella specie del classico. Probabilmente Hölderlin – ma accanto a lui collocherei per vie diverse Keats e Leopardi - fu il poeta al quale fu chiesto di pagare il prezzo più alto di questa consapevolezza, e fu la moneta della pazzia. Tenere lo sguardo rivolto all’indietro, come avrebbe fatto l’angelo di Klee, mentre il vento della storia impone alle ali di andare avanti, significa trasmutare la nostalgia di un clima preciso in una malinconia indifferenziata e non più sopportabile.

Proprio quando il Novecento volgeva alla boa del duemila, su quella soglia che avrebbe indicato un discrimine culturale e generazionale fortissimo, appariva presso la «Fenice contemporanea» di Guanda la prima edizione di un libro di versi. Era il 1998, si intitolava Con parole remote e il suo autore, Giancarlo Pontiggia, esordiente meditato e tardivo, non era certo nuovo alle cronache della poesia. Voltando le spalle a quanto compiuto negli anni Settanta e relegatosi a lungo in un silenzio che aveva davvero molto di quegli studia e di quegli otia, Pontiggia consegnava ai lettori un libro per molti aspetti eterodosso rispetto alle linee allora dominanti; veniva da un rapporto stretto e ben collaudato con i classici, con la loro lingua, con il loro mondo. Un nuovo sentimento dell’antico affiorava da quei versi tesissimi e bilanciati in una discorsività necessariamente frammentata, volta a recuperare come i barlumi di un oracolo remoto. Altro non poteva farsi, di questo l’autore era assolutamente consapevole. Così, al tema modernissimo del pensiero, che aveva già sostituito per i romantici quello della creazione diretta, ovvero del canto, Pontiggia aggiungeva e sovrapponeva quello della «custodia»; le sue «parole remote» divenivano il «fuoco tutelare» al cui calore – ma anche alle cui ombre – si poteva tornare a dire qualcosa intorno a una dimensione perduta, ma ancora evocabile.

Oggi quel libro viene riproposto in una nuova edizione per l’editore Vallecchi, con l’ampia appendice di una vera e propria dichiarazione di poetica. Pontiggia non è nuovo a questo, è autore di svariati volumi di saggi sulla poesia e sulla natura della poesia ed è intellettuale di raro respiro, in questo senso. Qui, però, la sua generosità nel disvelarsi è assoluta; si direbbe che ogni testo, quasi ogni verso di questo libro venga passato al vaglio dell’autocommento, non solo indicando ai nuovi lettori le possibili fonti, i richiami letterari e culturali che ne hanno accompagnato la lunga e indifferibile gestazione, ma seguendone anche e soprattutto lo sviluppo tematico, l’intreccio dei motivi e delle immagini ricorrenti. Tra queste, la rete numero/fuoco/forma/luce, nella quale si agita una delle rappresentazioni più vive dell’intera raccolta: quella dell’ombra, restituita con uno straordinario ed efficace colpo di reni alla sua temperie semantica originaria, «al di qua di ogni simbolismo e di ogni mistica della parola», scrive Pontiggia; semmai nel complesso mitologema del seme che si fa vita, pianta, forzando l’oscuro della terra. In questa dimensione ancora aurorale della parola, per l’appunto «remota», il poeta ritrova la via per evocare una personalissima mnestica delle ore pomeridiane, in una lontana estate dei primi anni Sessanta, quando, avviandosi ormai fuori dai territori dell’infanzia più propria, il mondo appare come un’avventura distesa pericolosamente fino al tramonto; recuperando, di quella fascinazione ipnotica, l’improvvisa fiamma in grado di illuminare un «cuore ombroso».

 

Giancarlo Pontiggia, Con parole remote, con una introduzione di Sergio Givone, Vallecchi 2024, e. 16.00.

 

Penso l’estremo del frammento

con animo umile, devoto.

 

Pronuncio versi semplici,

incisi in legno di olmo.

 

Voglio credere nel loro senso,

nel loro silenzio di polvere.

domenica 4 agosto 2024

La pittura verso la poesia. Per Giuseppe Modica


 








Sappiamo bene quanto la diversità possa spiazzare l’osservatore, come il lettore. Il nostro orizzonte d’attesa si costruisce intorno alle costanti che un artista o uno scrittore evidenziano di opera in opera, di tappa in tappa, e di quelle costanti si va nutrendo. Eppure esiste anche una forma di straniamento causata non dalle varianti, ma dalla ripetizione, o meglio dall’arte della ripetizione; perché questa è, infine, una specie della retorica, un modo di assestare il proprio linguaggio, che sia di immagini o di parole, o di entrambi.

La citazione e l’allusione segnano profondamente il tracciato pittorico di un artista come Giuseppe Modica, fino a divenire un’ossessione, un marchio di fabbrica riconoscibilissimo; una metafora che si estenua in un racconto possibile, o in più ipotesi di racconto. Non sorprende che Modica abbia accompagnato, in più occasioni, le scritture di letterati e poeti (da Sciascia fino a protagonisti più recenti della nostra poesia, come Nino De Vita e Maria Clelia Cardona); il suo segno è metaforico proprio per la carica di allusività che sottintende. Non mi riferisco tanto ai cromatismi, alle scelte tonali, tra cui, come è ormai evidente, predominano gli azzurri (cielo e mare, soprattutto), qua e là inframmezzati da apparizioni color ruggine, che sembrano lasciare sulla tela l’impronta del tempo, o meglio della Storia. Penso piuttosto al ritorno, di tela in tela, di ciclo in ciclo, ma anche di tecnica in tecnica (Modica è anche uno splendido incisore), di alcune morfologie in cui vanno a condensarsi certi elementi del paesaggio, che resta il grande protagonista di questa pittura. Se guardiamo con attenzione alle rocce, agli scogli, ai frangiflutti che delimitano le frequenti visioni marine, non tardiamo ad accorgerci di una presenza ricorrente, quella di Dürer; talmente ricorrente da indurre più che il sospetto, in chi osserva, che quella forma sia un passo in là rispetto al semplice piano della citazione o dell’omaggio, divenendo così una componente semantica essenziale dell’immagine complessiva.

Dürer, il grande disegnatore delle melancolie, l’inventore di complesse allegorie, è incessantemente evocato, ma non alla stregua di un possibile nume tutelare; è piuttosto, con la sua carica di mistero e di inquietudine, l’estremo di un vasto campo di tensioni che attraversano e incidono a fondo sia il cammino dell’uomo sia la possibilità stessa di rappresentarlo. I suoi prismi irregolari, nudi, asciutti, sono forse l’ultima ara su cui si immola il senso perduto della Storia. Perché dietro, sotto, accanto a questi ampi affreschi (riescono a esserlo anche quando le misure della tela sono minime, legando così il segno di Modica alla perfezione di tanta miniatura del paesaggio tra Quattro e Cinquecento), naturali o urbani, riaffiora prepotentemente un dramma. Modica, in questo senso, è il grande fotografo del Kairòs, dell’attimo di grazia prima della tempesta. Oppure quella tempesta è già avvenuta o è ancora lì, sotto le sue pennellate, e basta allora decifrarne la portata.

Una considerazione ulteriore ci induce a riflettere su quanto la calma quasi artificiale di queste rappresentazioni contenga invece il senso di una tragedia: la quasi totale assenza dell’umano. Nei quadri di Modica la presenza dell’uomo è paradossalmente un fait accompli; anche qui, secondo una formula retorica, restano pochi segni. Siamo di fronte a una pittura densamente metonimica: una scala appoggiata a un muro, una persiana aperta sul mare o su una campagna infinita, uno specchio: oppure case che si affacciano su un molo, su un porto aperto a sua volta sul mare vastissimo: sono questi i dettagli, gli oggetti che ci invitano a riconsiderare, nella sua clamorosa latenza, l’umano di cui portano la traccia, di cui recano il ricordo. Citando un titolo di Cortázar, «qualcuno è passato di qui». Insomma, ci sarebbero tutti gli elementi per fare di Modica l’ultimo dei metafisici, o l’iniziatore di una nuova enigmistica senza soluzioni, che è poi l’altra possibile fisionomia di un razionalista disilluso. La Storia che la pittura, o la poesia, possono ri-creare, ri-conoscere, è davvero il palcoscenico di una drammaturgia in negativo (spesso, come in Caspar Friedrich, o come in Velázquez, l’immagine è ritratta di spalle, o al contrario, divenendo riflesso specchiato); il segno più forte, più incisivo, più inaccettabile è senza dubbio il numero, che compare sulle tele più recenti a segnalare che proprio lì, in quel punto, nella grande rete del Mare Nostrum, qualcuno ha perso la sua vita.

Come è circolare, per un filosofo come Vico, l’azione della Storia, così in Modica la figura del cerchio viene a chiudere, in una sinistra fenomenologia, il rincorrersi delle immagini. Questo accade soprattutto in quegli interni vuoti, desolati, dalle pareti scrostate, che un tempo furono abitati e che oggi sono come la lente, il cannocchiale attraverso cui puntiamo gli occhi sull’infinito che fuori ci attende; o li puntiamo su mappe rovesciate, non solo per effetto di specularità, ma anche e soprattutto per ammettere quanto siano sconvolte e fuori coordinata le nostre attuali, presunte geografie. Eppure anche l’infinito ha un limite, in Modica, un orizzonte plausibile segnato da presenze ugualmente inquietanti. Sul filo più distante del nostro sguardo ci attendono navi, forse navi della salvezza o di una guerra imminente, di una minaccia incombente, sospese proprio lì, mai centrali, ma sempre sul punto di guadagnarsi il fuoco della prospettiva; oppure un’isola, che forse è una fortezza, uno dei tanti bastioni spagnoli che governavano le città del centro Italia, con la loro carica opprimente; forse una prigione (If o Alcatraz), forse il luogo ultimo di un’attesa anch’essa infinita e spossante (come non pensare alla Fortezza Bastiani nel Deserto dei Tartari…). È allora, quando lo spazio è così definito e riconosciuto, che il crinale lungo cui Modica mescida con partecipazione ma anche con sorniona sapienza il suo illuminismo critico (come era stato per Sciascia) a un’allure enigmatica e metafisica, si palesa nell’invito, neppure troppo latente, a tenere acceso il pensiero; è proprio allora che l’osservatore si riconosce lettore in una sorta di sospensione, quella di cui si sostanzia il perturbante fantastico sulle icone della nostra quotidianità.

 

La mostra Rotte mediterranee di Giuseppe Modica, a cura di Gabriele Simongini e Maria Giuseppina Di Monte, è aperta fino al 15 settembre al Museo Andersen di Roma.

mercoledì 12 giugno 2024

«Le molte lingue della poesia». Terza edizione del festival

Si terrà nei giorni 14 e 15 giugno, a Desenzano del Garda. 

Quest'anno ci sono anch'io. Grazie agli amici Casa della poesia di Baronissi che hanno voluto coinvolgermi in questa bellissima iniziativa.

Ci saranno con me Francis Combes (Francia), Tarek Eltayeb (Sudan/Austria), Sinan Gudzevic (Serbia),  Barbara Korun (Slovenia), Genny Lim (Stati Uniti), Ada Salas (Spagna).

Ci sarà una "tappa poetica" anche a Sirmione, alle Grotte di Catullo.




lunedì 20 maggio 2024

«Ombra da viaggio» a Roma, 28 maggio

Ultima tappa, per il momento.

Roma, Calcografia, il 28 maggio. Grazie all'ospitalità della Direttrice, Maura Picciau. Con me ci saranno Tommaso Mozzati e Fabrizio Scrivano. Gaetano Bevilacqua presenterà le plaquette del progetto BAGLIORI, con testi inediti di Maurizio Marotta. Francesco Laruffa leggerà alcune poesie.




sabato 18 maggio 2024

«Ombra da viaggio» a Salerno, il 27 maggio

Il 27 maggio, di nuovo a Salerno, presso la Biblioteca Caianiello, presenteremo Ombra da viaggio, la raccolta delle poesie di Maurizio Marotta apparsa per Giometti & Antonello.






lunedì 13 maggio 2024

«Ombra da viaggio» a Napoli, il 24 maggio.

Con Alessandro Marotta a moderare, io e Silvio Perrella presenteremo a Napoli il 24 maggio le poesie di Maurizio Marotta, Ombra da viaggio, che ho curato per Giometti & Antonello.





mercoledì 1 maggio 2024

Leggere creare condividere. Il 10 maggio a Venezia

 Venerdì 10 ci vediamo a Venezia, per parlare del testo poetico e della sua "geografia". Terrò il terzo incontro di un ciclo dal titolo «Leggere creare condividere». Grazie per l'invito a Massimo Stella e all'Associazione BarchettaBlu, discuteremo insieme su come avvicinarsi alla lettura dei poeti.





lunedì 29 aprile 2024

Per Giuseppe Bonaviri, il 2 maggio a Cassino

Prendono finalmente l'avvio le celebrazioni per il centenario della nascita di uno scrittore importante, da rileggere e studiare: Giuseppe Bonaviri. Grazie al collega Toni Iermano, che ha organizzato questa giornata inaugurale, ci vedremo all'università di Cassino il 2 maggio.






martedì 26 marzo 2024

«Ombra da viaggio» a Terni, il 6 aprile.

 Il 6 di aprile torniamo a parlare delle poesie di Maurizio Marotta, a Terni, negli spazi della Biblioteca comunale. Ci saranno con me Andrea Giuli e Tommaso Mozzati. In esposizione le plaquette del progetto "Bagliori" curato da Gaetano Bevilacqua per le sue Edizioni dell'Ombra.




martedì 19 marzo 2024

Convegno «Bufalino tra i poeti del secondo Novecento» a Comiso il 22 e 23 marzo

Grato dell'invito alla Fondazione Gesualdo Bufalino che ha organizzato questo bel convegno a Comiso.

Vi aspettiamo il 22 e 23 marzo.





 

martedì 27 febbraio 2024

Italo Calvino, scrittura ed esattezza. A Palermo il 6 marzo

Ho accolto l'invito da parte della Facoltà Teologica di Palermo per una conferenza sull'"esattezza", a partire dalle Lezioni americane di Calvino. Il 6 marzo, di pomeriggio.





venerdì 16 febbraio 2024

«Ombra da viaggio». Le poesie di Maurizio Marotta a Salerno

Domani a Salerno, nella sua città, presenteremo il volume delle poesie di Maurizio Marotta (1963-2020), appena apparso a mia cura per Giometti & Antonello.

Ci vediamo alle 17.00 alla Pinacoteca Provinciale in via Mercanti.

Con me, dopo i saluti istituzionali, ci saranno Milena Ibro ed Edoardo M. Salvioni della casa editrice e Marcello Napoli.

Con l'occasione le Edizioni dell'Ombra di Gaetano Bevilacqua esporranno le 11 plaquette d'artista realizzate per festeggiare Maurizio, nel giorno del suo compleanno.

In libreria dal 23 febbraio.






giovedì 1 febbraio 2024

«Ladri di luce». Sciascia e Guccione, presentazione a Roma

 All'Istituto Nazionale della Grafica, venerdì 9 febbraio, sarà presentato il volume Ladri di luce. Leonardo Sciascia e Piero Guccione tra bellezza e verità. È un libro importante che torna a indagare sui rapporti tra arte e letteratura nel secondo Novecento. Lo ha curato Lavinia Spalanca, ricercatrice sempre sensibile a queste tematiche.