venerdì 19 novembre 2021

«I silenzi» di Fabrizio Cavallaro

Vi segnalo l'uscita del nuovo libro di Fabrizio Cavallaro, I silenzi, per Archilibri, per ora acquistabile sul sito dell'editore. Posto qui la prefazione che ho scritto per le sue poesie.




Più si guarda agli oggetti della letteratura – versi, prose, drammaturgie – dal punto di vista dei temi, più si prende consapevolezza del fatto che ogni immagine tematica, ogni motivo, a sua volta ci indirizza verso un contenitore più ampio, ragion per cui un tema può diventare motivo di una rete che lo ingloba, come in un sistema di scatole cinesi o di matrioske. E mentre ci spingiamo avanti, con l’ostinazione dei lettori che pretendono di andare in fondo a ogni questione, ci renderemo sempre più conto che le nostre matrioske, alla fine di questo percorso un po’ perverso, sono quattro, come i punti cardinali, come gli estremi di una rosa dei venti: amore, morte, guerra e viaggio. Dalle origini della nostra tradizione letteraria, fin dalle grandi costruzioni poematiche che l’hanno originata e nutrita, le cose sono andate così. E non sono andate diversamente neppure se ci affacciamo su altre tradizioni, che abbiano o meno dialogato o interagito con noi: noi occidentali, intendo.

Se ancora, in questo infinito processo à rebours, decidessimo di stringere la visuale su quelle quattro gigantesche bambole di legno, ci accorgeremmo che i loro colori non sono poi così diversi; come nella rosa dei venti, i quattro estremi si vengono incontro, nel senso che, inevitabilmente, tendono uno verso l’altro. Prima che da tramontana arriviamo a levante, ci imbatteremo nel grecale; e nel compiere il giro, avremo doppiato molti più promontori e attraversato molte più correnti di quanti potevamo attenderci. Insomma, quelle matrioske sono un po’ come il vaso di Pandora: contengono davvero di tutto, nel bene e ancor più nel male che agita, dal profondo, le trame in cui ci imbattiamo e il desiderio di noi lettori: il desiderio che ci conduce dritti verso l’epilogo, qualunque esso sia, a qualsiasi evento o reazione ci prepari.

Amore è il punto cardinale da cui prendono avvio i versi di Fabrizio Cavallaro. Eppure è evidente fin dal principio, senza neppure dover avanzare di troppi testi, che anche lui deve aver necessariamente superato molti fra promontori e correnti, esponendosi anche a venti contrari. C’è qualcosa di più di un sentore di guerra, nelle sue immagini che rispecchiano altrettante esperienze, nei suoi bozzetti di incontri urbani, che rinviano a piccoli, ma quanto intricati viaggi della mente e del corpo. Del resto, Eros è il più infido dei soldati: è un tiratore infallibile, un cecchino sempre pronto a porci di fronte alle nostre debolezze, a ricordarci la nostra caducità. Perché, dietro i suoi colpi, o mentre ci sentiamo trafitti, inevitabilmente avvertiamo la presenza di Thanatos, ora farmaco, più spesso memoria di quanto l’amore ci sottrae, ogni volta avviando una metamorfosi irreversibile. Quando Eros raggiunge il suo scopo, non saremo mai più gli stessi; una chimica delle pulsioni smuove e rimodella l’intera tavola dei sentimenti, degli stati d’animo, delle disponibilità e delle ritrosie.

Non è un caso che l’altro versante lungo il quale Cavallaro esercita la sua creatività sia quello della fotografia: le sue poesie sono il fermo immagine dei suoi incontri, di stagione in stagione. Appuntamenti, conoscenze fortuite, apparizioni improvvise o abboccamenti più o meno mercenari, tutto è fedelmente riprodotto da una poesia-obiettivo, che cerca, riuscendovi, di conservare la materia dell’evento. In questo, credo, sta la distanza dal grande, irraggiungibile modello che ogni tanto fa capolino dai suoi versi, ora come un fanciullo dispettoso, ora come un ospite inquietante: mi riferisco a Penna, a quel geniale astrattista del desiderio capace di cristallizzare per sempre i suoi ragazzi in un’aura numinosa, un po’ apollinea e un po’ dionisiaca, quel tanto di sapiente miscela tragica che ci rammenti, via Leopardi, l’ineffabilità del desiderio autentico. Perciò posso supporre che Cavallaro intitoli queste poesie al silenzio; eppure si tratta di un silenzio carico di concretezza, con la giusta dose di sensualità vissuta e narrata perché la sua malinconia risulti infine più prossima a Kavafis che non a Penna. 

Non c’è solo questo, ovviamente: Eros, portato a termine il suo compito, lascia tracce visibilissime, non solo sulla pelle. La gamma degli umori è piuttosto ampia, in questo libro, nei versi che in un solo richiamo rimico modulano dolcezza e rabbia, afflato e delusione, vicinanza e lontananza. Dunque le matrioske sono state tutte aperte, esplorate, fino all’ultima, minuscola bambola che lascia l’autore – e noi con lui – davanti a sé stesso, senza più attese, senza più sorprese. Il periplo dei territori di Afrodite è stato compiuto, l’intera rosa (altro simbolo d’amore) è stata doppiata. Senza troppi rischi di naufragi, di incaute esposizioni, di cicatrici lente a chiudersi. È un navigatore esperto, che sa bene il pericolo di porsi sullo stesso piano del suo oggetto. Cavallaro si misura con i suoi amori – qui sta l’altra differenza da Penna – con la consapevolezza della maturità, il solo antidoto, sebbene parziale, ai veleni del suo ferocissimo antagonista; osserva la gioventù senza mai lasciarsi coinvolgere nell’effimero e nell’illusorio, gioca la sua partita con l’esperienza degli anni. Anche per questo, ogni testo è un racconto a sé, una breve sequenza di immagini che si apre e si chiude nello spazio di un clic, per fare posto ad altre partite, ad altre immagini, nella coazione del desiderio; o forse, non meno drammaticamente, nell’addomesticamento di una solitudine che Eros può soltanto agitare, senza mai davvero scalfirla.



martedì 26 ottobre 2021

A Fondi con Libero De Libero

Sabato 30 ottobre sarò a Fondi a parlare di Libero De Libero, in occasione della XXVII edizione del Premio intitolato al poeta. Che quest'anno, "alla carriera", mi verrà assegnato. Grazie al Comune di Fondi, alla giuria, agli organizzatori.






martedì 19 ottobre 2021

A Comiso per "Stazione poesia", il 23 ottobre

Dal 22 al 24 prossimi, Comiso ospita "Stazione di poesia", una manifestazione organizzata da Giuseppe Digiacomo e Salvatore Schembari. Grazia Calanna ha organizzato per "All'altro capo" una presentazione in compagnia di giovani poeti siciliani. Grazie !





martedì 12 ottobre 2021

Fare Voci. Intervista a Giovanni Fierro

È online il numero di ottobre di «Fare Voci», che si pare con una mia intervista rilasciata a Giovanni Fierro a proposito di All'altro capo. Questo il link:

https://farevoci.beniculturali.it/

Ringrazio Giovanni Fierro per le sue parole e per i pensieri che hanno generato.





mercoledì 22 settembre 2021

«All'altro capo» a Poesiafestival '21

Sabato 25 settembre sarò a Castelvetro di Modena per parlare di All'altro capo con Alberto Bertoni. Saranno presentati anche i libri di Stefano Simoncelli e di Elisa Donzelli.

Grazie ad Alberto e a Roberto Galaverni per avermi voluto con loro.






giovedì 16 settembre 2021

«All'altro capo» a Pordenonelegge 2021

 È online il programma di Pordenonelegge 2021.

Domenica 19 settembre, alle 17.00, insieme a Carlo Carabba saremo presentati da Massimo Gezzi alla Libreria della Poesia, Palazzo Gregoris.

Grazie agli organizzatori Alberto Garlini, Valentina Gasparet, Gian Mario Villalta.

Il programma completo su www.pordenonelegge.it







giovedì 9 settembre 2021

AILANTO n. 63 - su Franco Loi


 


Nella collana di Poesia dell’editore Donzelli, diretta da Elisa Donzelli (ricordo il suo recente Album per Nottetempo), è appena apparso un libro di Franco Loi. Devo subito dire che non si tratta di una raccolta postuma, disposta dallo stesso poeta o allestita da un curatore; non si tratta neppure di un’antologia. Il titolo, Vòltess («Vòltati») mi ha ricordato di cosa poteva trattarsi. Nel 2003, a Palermo, mi trovai coinvolto nell’organizzare un evento per la Giornata mondiale della poesia. Chiesi all’amico Umberto Fiori di partecipare e lui accettò volentieri, proponendomi di esibirsi con Tommaso Leddi (si ricomponeva così una parte degli Stormy Six, uno dei gruppi di punta del rock progressivo italiano); insieme avrebbero eseguito e cantato dei brani su testi proprio di Loi. Quel progetto, che comprende ben dodici canzoni («come uno zodiaco», scrive Leddi nella postfazione al volume) si intitolava, per l’appunto, Vòltess.

Il libro che oggi ho tra le mani riproduce, arricchito di un bel cd, quel progetto. Vi ritrovo i dodici brani, con testi variamente presi dalle varie raccolte pubblicate da Loi in vita. Musica di Leddi, voce di Fiori: un connubio felice e ben collaudato, che esalta la forza espressionistica della poesia di Loi, rappresentando un capitolo del tutto nuovo nella storia della canzone milanese: Leddi stesso rievoca la presenza di Nanni Svampa a una delle loro esibizioni, in cui lamentava la carenza di scurrilità, com’è della tradizione lombarda. Non è certo questa la corda primaria nei versi di Loi: Leddi e Fiori hanno lavorato insieme, da profondi conoscitori del poeta, e possedendo anzitutto gli strumenti della musica e della poesia, sui temi portanti di quell’opera poetica.  Vòltess è dunque un collage, dove a volte i testi sono mescidati tra loro, proprio privilegiando il versante tematico; il lettore ne rintraccerà facilmente le fonti nella nota conclusiva. Nella bella, partecipe introduzione, Fiori rievoca alcune di queste linee centrali, ispirate da una certa visionarietà espressa in una «lingua fraterna», secondo una definizione di Brevini, bastarda e inventata, ricca di impennate foniche e non certo facile a tradursi sul pentagramma; ma la scommessa è stata senz’altro vinta. Più che al volume, che riproduce i testi rielaborati, nella traduzione non di Loi ma dello stesso Fiori, bisogna prestare attenzione al cd, meritoriamente allegato dall’editore, perché è lì che il senso di tutta l’operazione può finalmente palesarsi. E, soprattutto per chi non è lombardo o non ha affinità con quei dialetti, è possibile ascoltare il suono di una lingua poetica tra le più incisive del nostro secondo Novecento.

I temi sono quelli a cui il lettore di Loi è ben avvezzo: storia, memoria, nostalgia, viaggio (in questo caso in treno, come nella seconda canzone). Insieme vengono a comporre una sorta di sistema, richiamandosi l’un l’altro nella ricostruzione di una densa cartografia esistenziale che dal privato guarda sempre al collettivo, alla ricerca (il cercare è un altro termine chiave di Loi) di una significazione più ampia, sempre più ampia (cercare «più in là»), com’è della grande poesia radicata al sentire e tesa al reinventare la realtà, anche nel colloquio con una divinità che nessuna ragione può identificare e circoscrivere; ma la religiosità di Loi sarebbe già un capitolo a parte che Vòltess si limita ad accennare, suggestionando l’ascoltatore e invitandolo a rileggere questo poeta straordinario. Scelgo una poesia in cui non è difficile riconoscere gli «hollow men» di Eliot, o «gli uomini che non si voltano» di Montale. Non so quanto del loro afflato metafisico pervada la poesia di Loi; mi piace piuttosto rimarcare, in lui, una concretezza e una matericità di cui il ricorso al dialetto è immediato segnale.

 

Franco Loi, VòltessPoesie musicate da Tommaso Leddi per la voce di Umberto Fiori, con cd allegato, Donzelli 2021, e. 19,00.

 

Sono sordi, sono ciechi

 

È difficile parlare con un popolo di morti,

che io tendo l’orecchio e loro non ci sono più.

Sono sordi, sono ciechi, e la loro lingua è storpia.

Fredda memoria, colore dei tempi andati…

Milano fatta di idrossido, ululare di macchine.

Strade vuote dove gli uomini, ciechi, non sanno più trovarsi.