mercoledì 10 ottobre 2018

La critica e le forme. Presentazione a Roma, 12 ottobre


«Prato pagano», il futuro nell'antico

Posto il mio intervento al seminario che si è tenuto lunedì scorso alla Biblioteca Nazionale di Roma, sempre più una "casa" della poesia contemporanea. Grazie ad Andrea De Pasquale, che la dirige, a Eleonora Cardinale che cura gli «Spazi900» e a Gabriella Sica, fondatrice di «Prato pagano», che mi ha voluto con sé. Il titolo forse lo avevo giù adoperato, ma qui ha una sua ragione irrinunciabile.


L’arte di voltarsi indietro

Vorrei richiamare due suggestioni, forse distanti tra loro, ma non troppo. La prima è quella che coinvolge direttamente il titolo del mio intervento, il «voltarsi indietro», che è uno dei movimenti orfici per eccellenza. Nel mito, infatti, si discende e si risale, dunque si percorre una verticale; ma è necessario anche osservarsi, stabilire il contatto orizzontale tra gli sguardi. Orfeo deve riconoscere Euridice; quanto al voltarsi indietro, sappiamo com’è andata. Il racconto sembra concludersi con una beffa, perché il divieto è impossibile, insostenibile. Voltarsi, dunque, è un’infrazione necessaria, anche se si rischia di perdere tutto, perfino la materia, la sorgente primaria del proprio canto: l’ispirazione, insomma, e con essa il proprio potere di incanto e di fascinazione. Allora, senza troppo forzare una lettura platonizzante del mito, si perde la propria identità, o meglio la presunzione d’identità.
Chi si volta, sceglie di farlo nonostante: nonostante il pericolo e il rischio di rimettere in gioco, o in discussione, l’intera propria esistenza; nonostante il divieto che il nostro coscienzioso Superio vorrebbe che rispettassimo, com’è in quella remotissima vicenda di una mancata resurrezione. Ma tant’è: la spinta a voltarsi sembra più forte di qualsiasi autodeterminazione. Non in chiunque, però. Di questo gesto antico sono responsabili in pochi: quelli la cui consapevolezza critica del presente induce a un forzato ampliamento d’orizzonte. Esistenziale, gnoseologico. Chi si volta fonda una diversa ontologia. Per questo due campioni della modernità novecentesca, come Eliot e Montale, possono scrivere di «hollow men», di uomini vuoti, e di «uomini che non si voltano» e che non possono custodire il segreto di una rivelazione, per quanto terribile, per quanto possa suscitare un «terrore di ubriaco».
Ci sono dunque due categorie dell’umano, su cui la riflessione della poesia ci chiede di soffermarci: da una parte gli «hollow men» e dall’altra quelli che, come il viandante di Forse un mattino andando in un’aria di vetro, sanno che non potranno fare a meno di voltarsi, per fronteggiare il temibile miracolo del «nulla». Non siamo altro che percezione, il presente che si apre intorno a noi, a centottanta gradi. Alle spalle più nulla sussiste. Questo sembrerebbe suggerire la poesia di Montale, sulla scia di Schopenhauer. Ma è proprio così? Il nulla, a dispetto del suo statuto, è davvero così respingente e inconoscibile? Non è forse abitato da un passato che è ancora in grado di parlarci? Montale, ormai in bilico su una modernità discendente, lascia intendere un nodo ancora forte, ancora non scisso né scindibile: nel cuore del moderno pulsa l’antico. Possiamo leggere anche in questo modo il suo «segreto», che ci ricorda quello di Baudelaire nella Vita anteriore. Ci dà dolore, quel segreto, e languore, perché la lingua degli antichi ci appare nella distanza incolmabile di un’era da cui la poesia sembra ormai bandita. Ci muoviamo – siamo mossi – dalla direttrice orizzontale del tempo, che è separazione, ma quel tempo può essere all’improvviso reversibile. L’arte può richiamarlo, sovvertirlo; può prestargli ancora voce. È questo che genera «terrore»; la possibilità di fuoriuscire dalle coordinate consuete con cui ci sforziamo di addomesticare la realtà, per scoprire che alle nostre spalle il nulla è abitabile, il suo silenzio è colmo di parole.
La seconda suggestione mi viene da un pensiero di Friedrich Schlegel, a cui si è richiamato anche Walter Benjamin. Con la consueta acutezza che segna il suo pensiero sull’estetica, Schlegel scrive: «Tutte le poesie dell’antichità si congiungono l’una all’altra, finché da masse e da membri sempre più grandi si forma l’intero… E non è, in verità, immagine vuota il dire che l’antica poesia è un’unica poesia indivisibile e perfetta. Perché ciò che è già stato non dovrebbe di nuovo essere? In un altro modo, s’intende. E perché non più bello, più grande?». Anche qui si assiste a un «voltarsi indietro», che non è fenomenologico ma estetico. Poetico, per la precisione. Schlegel guarda idealisticamente alla letteratura degli antichi cogliendone la massa compatta di cui si è nutrita e sostanziata, quell’«intero» (quell’assoluto?) in grado di generare un fluire incessante di senso. L’attributo a cui si fa ricorso è quello di »trascendentale», e di «poesia trascendentale» continua a discutere Benjamin nelle pagine straordinarie del Concetto di critica nel Romanticismo tedesco.
Provo a fare un’operazione simbolica, ovvero a «mettere insieme» (questo significa <simbolo>) i suggerimenti che mi vengono da queste suggestioni. Per un moderno, voltarsi indietro non significa più circoscrivere una esatta porzione di esperienza, o al contrario, di nulla.  Ci soccorrono – o ci complicano la visuale, che è poi la stessa cosa – la coscienza di un reale multiforme e la tecnica, come se fossimo ormai dotati di specchietti retrovisori. Il tempo empirico e quello del mito si sovrappongono e si intrecciano: possiamo osservare ma anche ascoltare, sempre grazie alla tecnica, quanto crediamo di avere ormai alle spalle. Agiscono su di noi, in noi, una nuova spazialità e la memoria si è dilatata. Anche Montale fa i conti con Bergson, con Boutroux, con William James. Per questo sono tentato di respingere una lettura ortodossa, puramente nichilista del suo guardare a Schopenhauer: c’è sempre, da qualche parte, una «maglia rotta» nella rete della vita. E una «maglia rotta» si rivela, verso la fine di un decennio di contrasti, anche ai giovani autori che si raccoglieranno in una rivista in apparenza fuor di contesto come «Prato pagano». Perché dico questo? Perché a loro mancano – ma lo dico sempre in apparenza – due ingredienti fondamentali, anch’essi distanti ma spesso sovrapposti, della ricerca poetica degli anni Settanta: il politico e il fuoco della soggettività. Anche la mancanza, però, è un segnale che parla: i confronti possono sempre svolgersi in positivo come in negativo. In modo, cioè, «antivirtuistico», come ammetteva già Leopardi. Non celebrando con il canto, ma atteggiando un controcanto possibile.
La sostanza di questo controcanto è offerta dall’antico. Voltarsi indietro, allora, non significa più circoscrivere una precisa porzione del visibile, ma ampliarla, potendo contenere in essa anche quanto resta escluso dal nostro campo. Lo aveva già fatto Leopardi attraverso l’immaginazione, ovvero la finzione, nel senso di «racconto del pensiero, nel pensiero». Un’operazione che necessita dell’immaginario letterario, la vera materia dialogante degli autori raccolti in «Prato pagano». Il loro voltarsi diviene in questo senso un’arte: non quella della conservazione museale, fine a se stessa, ma quella del recupero e dell’accoglienza, del dialogo. Se l’atto del voltarsi divide lo spazio in due dimensioni necessariamente reciproche, il davanti e il dietro, che si scambiano le parti, è altrettanto vero che questa reciprocità coinvolge le categorie di moderno e di antico. Non c’è l’uno senza l’altro. Dove finisce l’uno, comincia l’altro, e viceversa.
Se diamo anche solo una rapida scorsa agli indici, non tarderemo a renderci conto di questo movimento, che è unico, ma che moltiplica la dimensione dello spazio delle scritture, lo fa divenire una sola, grande tradizione, come suggerisce Schlegel. Comincio dall’ultimo fascicolo, quello del dicembre 1987: vi troviamo Atene e Roma di Giacomo F. Rech, e Sulla tomba del Petrarcadi Gino Scartaghiande. Un passo indietro, all’autunno-inverno di quello stesso anno: leggiamo di uno studio su Shakespeare, e poi ci imbattiamo in un testo di Damiani ispirato al ratto di Proserpina. Nel numero della primavera del 1985 ancora Rech traduce a suo modo gli Hendecasyllabi beati di Giovanni Pontano, seguito da una prosa di Marco Lodoli, Il campanile bruno, che reca nel titolo una memoria pascoliana. Gli esempi di questa incessante oscillazione tra passato e presente sono evidentissimi e potrebbero proseguire; quanto alla collana del Melograno, che richiama l’altro mito infero per eccellenza, è davvero uno straordinario campionario della miglior modernità, da Dostoevskij a Wilde, da Sterne a Gozzano.
Qual è l’atteggiamento che caratterizza, da parte dei poeti e dei narratori, questo rapporto con l’antico? Intanto vorrei sottolineare un altro elemento di rottura con la tradizione prevalentemente maschile della sperimentazione letteraria, rilevando la cospicua presenza delle donne all’interno della rivista: a partire dalla sua regista, Gabriella Sica, fiancheggiata da nomi che sarebbero tutti entrati a far parte della storia della poesia recente, da Antonella Anedda a Silvia Bre, da Vivian Lamarque a Biancamaria Frabotta, Giselda Pontesilli, Nadia Campana, Maria Pia Quintavalla, Patrizia Valduga, Annelisa Alleva, solo per citarne alcune. Euridice, insomma, per restare al mito da cui sono partito, non è più la semplice materia di un canto ancora possibile, ma è divenuta lei stessa poeta. Come auspicava Marina Cvetaeva, Orfeo non deve scendere a Euridice, perché i fratelli non devono turbare le sorelle. E forse, come scrive nel Poeta e il tempo, chissà che non sia stata proprio lei a mettergli una mano sulla spalla, in prossimità della luce dei vivi, per farlo infine voltare e annullare l’intera impresa.
Se Euridice conquista con la morte, come già suggeriva Rilke, una nuova e più piena identità a cui Cvetaeva non intende rinunciare, «Prato pagano» è già una prima importante antologia di quella conquista. Al punto che, in questa prospettiva, persino l’etichetta di un’esperienza «romana» risulta stretta e poco applicabile. Roma, negli anni Settanta, è il crogiuolo del collettivo e dell’«io che brucia». Da una parte i padri e le madri (Penna, Pasolini, Caproni, Bertolucci, Morante, Rosselli, Guidacci, Spaziani); dall’altra figli e figlie che maturano una diversa definizione del loro ruolo nei confronti di quelle scritture, a cominciare da Elio Pecora e Dario Bellezza (che fu tra i primi a segnalare la nuova rivista), lungo le strade della sperimentazione o della maniera. La capitale si presenta come un coacervo, come un polo attrattivo: non certo come una linea univoca e salda di poetica, che forse comincia a emergere proprio con «Prato pagano», nel senso indicato, quello di un sincretismo tra antico e moderno, ma in altra direzione da quella adombrata da Schlegel. Non credo che nessuno di loro ambisse a fare di meglio rispetto ai classici, verso i quali piuttosto si mostra una cura, un rispettoso “assalto” da intendersi proprio come studium: l’assalto alla grande massa dell’«intero», a una tradizione che, come voleva Agostino, si mostra tesaurizzandosi e senza più margini temporali. Ancora una volta, l’atto di voltarsi indietro non scandisce, ma amplia la nostra percezione di quel tesoro, che giunge nel pieno del moderno, e oltre, fino a comprenderci.
Voltarsi è dunque l’arte di quel cum-prendere, di quell’abbraccio rivolto insieme al passato e al presente. Un presente rivisitato, riletto proprio attraverso i classici. Lo aveva ben compreso Zanzotto, in un passaggio su Beppe Salvia, ma estendibile a tutto il lavoro di «Prato pagano»: «un abbraccio di una sconcertante luce che da una parte sorregge e dall’altra però crea un inquietante sfondo di allontanamento». Ogni dilatazione del tempo può rappresentare un pericolo, un’insidia; ma si tratta pur sempre di un pericolo felice. Quello «sfondo di allontanamento», quel proiettare il moderno nell’antico, provoca di certo uno straniamento, richiede cioè uno spostamento prospettico: quello di una insolita, spregiudicata libertà di movimento nella storia e nella tradizione. È su questo punto, che si offre come una fuga, come una «maglia rotta», per tornare a Montale, che Fortini ha espresso invece le sue comprensibili riserve. Il poeta di Poesia e errore, il polemista di Verifica dei poteri, in una lettera invero tarda del giugno del 1987, scrive a Gabriella Sica invocando una «visione generale delle cose», insomma un affaccio sul presente, anche e soprattutto quello degli istituti letterari, non cogliendo che quella visione era proprio esercitata, dagli autori della rivista, attraverso l’arte di voltarsi indietro. Che non significava più, a quell’altezza, l’esercizio del rifiuto, né stabilire dei confini netti, percettivi ed estetici al tempo stesso, nei confronti di possibili fasi della nostra storia culturale.
Lamenta Fortini, neppure troppo in filigrana, la mancanza di un’esplicita affermazione di tendenza, l’espressione di una linea di poetica, insomma. Un editoriale, evidentemente, una dichiarazione di programma. Eppure, se proviamo a rileggere l’anonima paginetta che apre il primo numero, nel 1979, non tarderemo ad avvertire che quanto Fortini chiede è già in quelle poche, densissime righe. Il «prato pagano» è lo spazio tra i villaggi, il luogo di una sospensione, dell’ascolto di una frattura. «Pagano» è quanto è equidistante dall’ordine e dal caos. È la dimensione del «molteplice», del «casuale», del «necessario». Si tratta di tre categorie destinate ad avere un’ampia ricaduta nel linguaggio non solo dell’estetica tardo-novecentesca, ma anche in quello delle scienze, non a caso: direi che si tratta di tre categorie che guardano a un umanesimo possibile. Ma la frattura evocata non è certo l’estrema ferita inferta dal neoilluminismo alla storia, al suo scindersi fra teoria e prassi. Fortini veniva da quelle scuole. Gli autori di «Prato pagano», piuttosto, adoperano liberamente l’antico come modello di frattura verso quella visione drammatica della Storia e soprattutto come modello comprensivo, per fermare il molteplice in uno sguardo più ampio. L’angelo di Klee, per richiamare un’immagine cara a Benjamin, si volta per non guardare, o piuttosto, non potendo frenare il motore del tempo che gli agita le ali, non vuole perdere nulla di quanto la storia può ancora offrirgli?
Il presente è un naufragio. Lo era alla fine degli anni Settanta, lo è ancor di più oggi, anche se possiamo scorgere più porti a cui fare rientro: non sempre, però, siamo in grado di seguire una rotta. Quarant’anni fa l’esperienza di «Prato pagano» cercava proprio questo, nel molteplice, nel casuale, nel necessario. Quello che si consegna nelle mani di questi poeti che vogliono contaminare la prosa e farsene a loro volta contaminare (la prosa è l’idea della poesia, scriveva sempre Benjamin); quello che si consegna loro è maschera e linguaggio. Per questo chiedono a se stessi una lingua vera, in grado di ritrovare la strada del senso. Come naufraghi su una zattera, esercitano la libertà più alta, quella della sopravvivenza. Sono ben consapevoli di essere quelli che vengono dopo: dopo l’età dei poeti, dopo l’età della critica e del dissenso. Sanno che le parole dell’antico non possono che risuonare da lontano, ma il loro assalto può tramutarsi in un’amplificazione. Tornano a predisporsi all’ascolto, e pretendono che quell’ascolto sia dialettico, ovvero che ancora possa fomentare il nuovo. Vogliono forse illudersi – supremo e superbo paradosso – che l’antico a sua volta li ascolti. Per questo ne seguono le tracce nel tempo: il tempo della storia (questo è il loro collettivo) e quello della persona sono una sola parete di vetro, al di qua e al di là della quale si muovono con insolita leggerezza. Trasparenza che cerca trasparenza, infanzia e maturità che si insidiano a vicenda dentro un unico collettore, la poesia. Gli abitatori di questo spazio sono «immuni da ricordi, nostalgie, illusioni». Non è certo nostalgico, il loro sguardo. Non è un semplice ritorno all’antico, ma un’appropriazione. Liberi da certe pastoie del moderno, lasciano affiorare una diversa modernità, in cui «crescono il vegetale, il femminile». Si afferma una diversa natura della poesia, riemerge la componente materna della creazione, mossa da «una sete folle e corrosiva» che ha un deciso accento nietzscheano. Ce n’è abbastanza, per definire un percorso.

mercoledì 3 ottobre 2018

Stefano Modeo, La terra del rimorso

Appena apparso da italic/peQuod, con la mia prefazione che posto.






Sempre più, nell’osservare quanto ci accade intorno, ci rendiamo conto di quanto la poesia abbia rappresentato, e continui a rappresentare, un esercizio di libertà. Felicemente estranea alle leggi di mercato, alle imposizioni della tecnologia, e ingenuamente – nel pregiudizio dei più – svincolata dalla realtà materiale, la poesia vive e si fa, com’è nel suo etimo, nell’assoluto della libertà. Per questo, anzitutto, non sopporta etichette o aggettivi di complemento, sia che riguardino le modalità stesse della scrittura sia i suoi referenti. Non importa che il suo sguardo abbracci orizzonti vastissimi o ripieghi nell’interiorità, nell’io e nei suoi immediati dintorni: ogni ipotesi di lavoro è legittima, e legittimata dall’invito costante a riappropriarsi di quei significati che la tarda modernità, o la post-modernità, cerca di ottundere nell’inseguimento del nuovo e dell’effimero. Viviamo in una pseudo-civiltà del transeunte, che si riflette in linguaggi plasticamente docili e ammaestrabili, comunque finalizzati a uno scopo retorico: la pratica del convincimento e dell’indispensabilità.
La lingua dei poeti, invece, ambisce a fermarsi nel tempo, proprio mentre lo trascende: è classicamente inattuale, anche quando si spinge nei territori del gioco, della sperimentazione, della fondazione di linguaggi altri. Lo è anche quella di Stefano Modeo e di questo libro, La terra del rimorso, che prende il titolo da una splendida intuizione di Ernesto De Martino riportata in epigrafe, come un vero e proprio viatico. Modeo è un giovane autore pugliese, e quella terra così prepotentemente ravvicinata, in anni recenti, dai flussi turistici, dal cinema e dalla pubblicità, resta invece misteriosamente remota nelle sue identità, nei suoi miti e riti, se torniamo a rileggerla attraverso le pagine dell’etnologo. Come se gli anni non fossero trascorsi, come se progressi e commerci più o meno levantini non l’avessero turbata più di tanto nella sua sostanza profonda. Eppure il «rimorso» a cui Modeo, attraverso De Martino, allude, non è soltanto il sentimento che segue a una «scelta mal fatta», ma è anche e soprattutto ri-morso, ovvero il dolore acuto che viene da una compravendita d’identità. Cerchiamo di capire in che senso. 
Modeo non scrive dai territori di un Salento fantastico e idealizzato, ipnotizzato dai ritmi della taranta, ma dalla città che nel suo stesso nome porta le radici di quella storia arcana, pur avendo vissuto, sul proprio tessuto dilaniato, le ferite inferte da un’industrializzazione senza scrupolo e senza controllo. Il luogo da cui ci parla è Taranto, e nelle sue case il ri-morso lambisce ogni parete. Catapultata in un presente dominato da ben altre norme che quelle dei miti lontani, Taranto si è trovata a voltare le spalle, in un brevissimo arco di tempo, a quel passato indefinito con cui non ha potuto fare i conti fino in fondo. Così quel passato riaffiora, nello stridore delle macchine e dei nuovi costumi, travestito da «nevrosi», scontrandosi con temi inediti e annodando problemi, sui quali ancora siamo chiamati a discutere e a prendere parte. In questa prospettiva anche i fumi delle acciaierie sembrano la superficie della questione, l’effetto di una causa ben più radicale e importante. Dunque Modeo, con queste poesie così distanti dalla colloquialità malinconica, dalla tenerezza spossata e inquieta di tanto minimalismo fin-de-siècle, imposta un’anti-epica, dirotta i languori di una visione ancora elegiaca o lirica, come poteva essere nella sua tradizione (quella, per intenderci, di Bodini o di Carrieri), verso esiti più rigorosi e serrati. Il suo occhio è attento e severo, e con tale attenzione e severità allestisce le sue disarmanti allegorie, riesuma e rivitalizza una «lingua morta» per farne, ancora una volta, lo spazio di una significazione comune, condivisibile. Lo spazio del «noi»: «cominciamo a parlare al futuro / non sappiamo bene cosa dirgli / ma siamo tanti tutti insieme». 
Un’allegoria è una metafora che si fa racconto. Un travestimento che vuole parlare più apertamente e profondamente di una dissimulazione, di un mostrarsi a nudo. Nel suo spostarsi anche in altre terre – e da lì tornare a osservare la propria – Modeo adotta spesso immagini della navigazione. Non è certo il primo a farlo, e il pensiero torna subito a Dante, a un’Italia allora, come oggi, inesistente, ridotta a una nave senza nocchiero, presa nelle tempeste della Storia. Ricordava un autore come Auden che ogni qualvolta in poesia tornano ad agitarsi gli «irati flutti», vuol dire che la società, non solo il singolo, è scossa da pesanti perturbazioni. Il mare è la scenografia prediletta dalle allegorie sociali, dai grandi quadri; come quello che di testo in testo il giovane poeta della Terra del rimorsoha cercato di mettere insieme, mostrando una padronanza espressiva che lo colloca su ben altro piano di maturità da quello della sua anagrafe. Così la «terra del rimorso» si attesta anche come la terra del disagio, del rifiuto, dell’inadempienza; il disagio che mette a confronto, in una guerra tristissima, i poveri coi poveri; il rifiuto di una tradizione non ancora portata a compimento ma cristallizzata in una vetrina ludica altrettanto triste; l’inadempienza verso quanto si sarebbe potuto fare e ancora è ben lungi dall’essere fatto. Non è solo la Sicilia, come voleva Sciascia, una grande metafora, lo è l’intero Meridione. E, a guardar bene, spostandoci verso altri confini (ciò che i poeti invitano sempre a fare) lo è diventata l’Italia tutta. «Serva Italia», scriveva Dante, consegnandoci una poesia, e una letteratura, che ci aiuta a non essere servi. È in questa dimensione di affrancamento dalla pesantezza del presente che mi piace pensare a Stefano Modeo.

lunedì 10 settembre 2018

Un'intervista sul Meridiano Penna

Posto un'intervista rilasciata a Saverio Bafaro e appena uscita sull'ultimo numero della bella rivista «Capoverso». Grazie ai redattori per l'ospitalità!




Intervista a Roberto Deidier
in occasione dell'uscita del Meridiano Mondadori dedicato a Sandro Penna

di
Saverio Bafaro


S.B. Carissimo Roberto, iniziamo dalle tue impressioni su come è stato accolto fino ad ora il libro monografico su Sandro Penna edito da Mondadori...

Direi che c’era molta attesa, è stato molto recensito e siamo già alla terza ristampa. Qualche anno fa un sondaggio del «Sole-24 Ore» rivelava che il Meridiano Penna era il più desiderato dai lettori. Tra l’altro, nel passaggio da Garzanti a Mondadori si è creato un vuoto nelle librerie, che in parte il Meridiano ha colmato. Ora si dovrà pensare a edizioni tascabili.

S.B. Come è avvenuto il tuo primo incontro con la poesia di Sandro Penna? 

Negli anni universitari. Penna non era certo tra le letture per la scuola. Mi imbattei in lui nell’antologia di Mengaldo, quindi andai a procurarmi un tascabile di Tutte le poesie. Lo trovai in un reminder di Lucca, figurarsi. Era la primavera del 1988.


S.B. Come ha preso poi corpo la tua intenzione di studiarlo sistematicamente?

Collaborando con Elio Pecora all’allestimento della prima mostra dell’archivio del poeta a Perugia, nel settembre del 1990. Non ero ancora laureato, per me fu un privilegio potermi accostare direttamente all’officina di un poeta così grande. Le carte suscitarono tutto il mio interesse e la voglia di occuparmi di lui.


S.B. So che hai adoperato una scelta forte nella sistematizzazione e presentazione delle poesie nel Meridiano Mondadori. Ce ne vuoi parlare?

Per molto tempo alcuni lettori forti di Penna hanno avanzato dei dubbi sulla datazione delle poesie. Allestendo le edizioni critiche del primo e dell’ultimo libro mi sono accorto, negli anni, che in effetti c’erano diverse cose che non tornavano, ma che non potevano essere addebitate a Penna. In realtà dalle mie ricerche è emerso che Penna non è stato direttamente autore dei suoi libri, non li ha ordinati e strutturati lui, ma diversi amici hanno assolto la funzione di editor, da Solmi a Bazlen, da Pasolini a Garboli, a volte con qualche inevitabile sovrapposizione. Con il Meridiano ho cercato di fotografare l’archivio di Penna, di restituire una fisionomia e un’identità più penniane.


S.B. Nella presentazione del libro a Perugia sono stato molto colpito dalla poca “decisionalità” che agiva Penna in termini di selezione dei testi delle raccolte o conferimento di titoli alle stesse. Come lo spiegheresti?

Non poteva essere interessato al libro in quanto opera compiuta e strutturata. Non era nella natura né dell’uomo né della sua poesia, affidata al ricordo di un istante epifanico. Solo nel 1973, su invito di Garzanti, Penna ha allestito una personale antologia, concedendosi qualche libertà rispetto ai libri precedenti. È quanto ho messo a testo, almeno per la prima parte.


S.B. Di recente mi è capitato di leggere alcune lettere private del Montale che rivelano una sua certa “rivalità” con Penna, su cosa credi fosse basata? 

In Montale agisce, novecentescamente, un’ontologia in negativo. Penna parla, al contrario, in positivo, esibisce la propria felicità, senza mai nascondere a quale prezzo ha potuto conquistarla. C’era dunque, dietro un primo interesse di Montale, una diversa visione della vita: libera e spregiudicata in Penna, mentre Montale ha sempre asserito di vivere al 5 %. Le divergenze erano destinate a crescere, al punto che Montale è salito, alla morte di Penna, sulle barricate, dichiarandolo un «Kavafis in sedicesimo». Era il peggior torto che gli si potesse fare. Penna non amava Kavafis.

S.B. Dallo studio dei carteggi privati propri di Penna quale ritieni sia l'aspetto di maggiore curiosità della sua vita? E quello umanamente più degno di nota?

Più che i carteggi, direi che nel Meridiano parlano i diari. Ci ritroviamo le sue letture e i suoi giudizi, spesso fulminanti nella loro caustica esattezza, ma anche colmi delle sue idiosincrasie. L’aspetto più evidente, dietro la straordinaria intelligenza del mondo, è la capacità di autoanalisi, asciutta e impietosa, per nulla compiaciuta o commiserevole. Questo lo ha portato alla rinuncia all’amore, inteso come relazione duratura, per potersi conservare libero nella poesia. In questo senso Penna è il maggior esteta del Novecento.


S.B. Pregevoli sono anche i racconti di Penna. Quale su tutti hai amato di più e a cosa ti rimanda nei tuoi ricordi?

Li ho amati tutti ma in particolare il primo di Un po’ di febbre, quello che si intitolaQuintilio. Si trattava di un suo cuginetto un po’ selvatico, in cui lui si proiettava. Quintilio ha rappresentato per lui ciò che non poteva più essere: la naturalezza e l’innocenza della gioventù senza pensieri. Nei miei ricordi, però, si affollano le immagini della Roma notturna di tanti altri racconti, le sue passeggiate fino all’alba. Lì ritrovo la mia città, come l’ho scoperta da ragazzo.


S.B. Qual è il tratto di “modernità” della poetica penniana? E, se c'è, a quale altro autore/autrice si può assimilare?

Penna chiude una modernità che non canta, ma contro-canta se stessa, nel senso che guarda a una forma simbolica ben differente da quelle celebrate dai vari movimenti e avanguardie: il fanciullo, che ha una radice mitica. Da Leopardi a Keats, da Baudelaire a Mallarmé, fino a Pascoli e Saba e oltre, Penna attraverso il fanciullo ci parla di una «vita anteriore». La sua rivelazione è una felicità che può tradursi solo in poesia. Dopo di lui è come se il testimone fosse passato alla narrativa: i personaggi più vicini al fanciullo penniano sono le creature misteriose dei libri di Anna Maria Ortese, dei fanciulli-animali. Ma qualcosa di selvatico è anche nei personaggi giovani di Elsa Morante. Entrambe, non a caso, amavano molto la poesia di Penna.


S. B. Quale poesia di Penna hai più a cuore e se c'è un motivo particolare 

Penna è un poeta pericoloso per chi a sua volta scrive, perché penetra nell’orecchio con la sua straordinaria musica e non ci abbandona più. Ci costringe a memorizzarlo. Tutti i suoi versi mi scorrono di continuo nella mente, ma se c’è una poesia che amo in particolare, al di là di quelle più conosciute, è questa: «Era fermo per me. Ma senza stile /
forse baciai quelle sue labbra rosse. / Improvviso e leggero egli si mosse / come si muove il vento entro l’aprile».



S. B. Qual è per te, invece, il verso più bello della sua produzione lirica? E perché?

È il finale della poesia intitolata Interno:  «Uscì dalle sue braccia /annuvolate, esitando, un gattino». Quelle «braccia annuvolate» sono la metafora più bella del Novecento.

martedì 7 agosto 2018

Angoli interni

È uscito il nuovo libro di Roberto Maggiani, Angoli interni, per la collana di Passigli. Posto qui la prefazione che l'autore mi ha chiesto. Prosit!





Cosa sono gli «angoli interni» che intitolano il nuovo lavoro in versi di Roberto Maggiani? Pieghe improvvise del pensiero, capriole visive e concettuali, immagini che provengono dagli ambiti remoti delle più antiche cosmogonie e historiaenaturales, fino a ricondurci al nostro instabile, incauto presente, in un cortocircuito di tenerezza e di ironia: «il delirio della modernità / ha i tuoi geni». Viene da pensare alla Metafisica tascabiledi Valentino Zeichen, al suo ridurre a un’ipotesi essenziale e demistificante i massimi sistemi. Sfogliando queste poesie trovo conferma della sua presenza nella dedica di un testo come La mela. Abbiamo conosciuto finora un poeta di sintesi fulminee, di idee tradotte in poche, icastiche rappresentazioni; entrando nel pieno della sua maturità, Maggiani ci pone di fronte a nuove e più ampie misure, non tanto nella struttura del singolo componimento, quanto nell’orchestrazione complessiva di questo libro. Qui si assiste a una lunga rincorsa, prima di compiere il salto definitivo. 
L’autore ci invita a sondare e a ripercorrere, insieme a lui, una strada che si perde a ritroso oltre l’origine della specie, e che dall’altro versante giunge fino a noi. È un viaggio lungo e difficile, che si snoda attraverso ben quattordici tappe - le sezioni in cui si raccolgono queste poesie - ma senza rispettare la nostra abituale concezione di un tempo lineare. Ogni testo affonda con i suoi interrogativi nell’insondabile territorio di un “prima” cosmico e geologico e con un potente balzo in avanti si chiude sull’oggi, dove ancora sussistono le stesse tensioni, gli stessi desideri, ultime proiezioni di una necessità arcaica. È curioso: mentre ci avverte che i nostri sentimenti primari, come le nostre funzioni, hanno un’implicita storicità, che affonda addirittura nelle ere geologiche, nella lunga durata di una preistoria ineffabile, Maggiani lascia che il tempo imploda su sé stesso, «in una piccola scatola» (L’Esistenza), proprio quando una nuova vita va formandosi («mentre la vita cresce nel tuo seno»). 
Esiste, insomma, un sedimento, una traccia possibile (forse imprigionata nelle stromatoliti) di questo lunghissimo percorso evolutivo, ma quando si tratta di portarla allo scoperto è l’oggi a imporsi vorticosamente, a riportarci ex abruptoalla nostra condizione attuale. Più che legittimo chiedersi, in questa prospettiva, «Che cosa facevo / prima di essere vivificato?», sfiorando pericolosamente quella terra di nessuno dove l’ontogenesi incontra la filogenesi, la ripete, la mima, potremmo dire infine con l’artificio stesso della poesia. Perché la vita, per Maggiani, è anzitutto un serbatoio di metafore, un immenso contenitore sempre pieno delle sue curiosità di scienziato e viaggiatore. Riconoscerla come una metamorfosi incessante, come un’infinita trasposizione molecolare, un succedersi inesausto e inesauribile di combinazioni, è per lui qualcosa di automatico, forse di tautologico. Ma tant’è: nulla appare poi così scontato e anche l’ovvio diventa una categoria antropologica da sondare, da attraversare in cerca di nuove scoperte, ma anche di conferme. 
Il problema di fondo è la vita, i modi del suo affermarsi all’interno di ogni relazione possibile. Dunque l’amore, movimento necessario che platonicamente spinge le realtà a fondersi, e così gli uomini, nel superamento del loro egoismo. Un’eco da Agostino, piuttosto che da Schopenhauer, per il quale l’amore è una mera questione di Natura, una semplice pulsione erotica. Ma Eros qui si tramuta presto, da una pagina all’altra, in funzione creatrice, e lo fa attraverso il solo strumento che la Storia – e la Poesia – possono mettergli a disposizione: il linguaggio. La Parola s’incarna, come il Logosgiovanneo, che riprende e rielabora in chiave cristiana il mito adamitico della nominazione del mondo. È solo allora che la realtà comincia a esistere, come riflesso, proiezione, creazione dell’homo sapiens attraverso la lingua.
Maggiani sa bene, da cultore delle scienze esatte, che si tratta di un mito, ma da lettore sa che ogni mito contiene una cellula di verità; da poeta ci insegna che il mito è la sostanza di cui ancora oggi s’impregna ogni nostra costruzione del mondo. Di un mondo che ancora vorrebbe sorprenderci. Con questi nuovi versi si ricompone idealmente un’antica scissione, quella tra Scienza e Poesia, due metà di una sola mela (ancora un residuo di mito platonico) e di fronte alla variabile (all’incognita?) Dio, l’homo sapiens non può che riaffermare la propria libertà creativa, il pieno arbitrio poietico, rivelandosi in definitiva come il vero faber, come il demiurgo di sé stesso. Come il regista dei propri stimoli.
Verso dove, verso chi dirige ancora una volta Eros, nel «gelo cosmico», la materia stellare di cui siamo composti? Maggiani ha il dono – e vuole condividerlo coi suoi lettori – di avvicinare l’infinito degli spazi celesti e delle ere geologiche al finito apparente dei nostri istanti: consapevole, però, che in essi, dietro di essi, si apre una voragine proustiana di durate altrettanto infinite. Sono questi gli «angoli interni» che ci invita a circoscrivere, col passo felice di chi, ogni volta, si perde e si ritrova.







domenica 5 agosto 2018

La poesia è morta? Viva la poesia

Ogni espressione estetica ha bisogno di un lungo sedimentarsi. C’è un sedimento interno, ovvero la ricerca di una forma, di un’immagine che si traduca in lingua, e un sedimento esterno, ovvero l’attesa che quella lingua sia condivisa, sentita, assimilata. Lavorare sul presente è come vivere in trincea: si rischia di non vedere, di non essere visti, ci si arrocca nelle proprie verità presunte; si è colpiti dal proiettile dell’avversario prima di averlo individuato, si è uccisi da un fuoco amico. Il presente è davvero una trincea infida per ogni lettore. Specie quando il lettore in questione vuole emettere giudizi. 
Non mi sono mai sentito un sacerdote o un ministro di qualche culto letterario: sono piuttosto figlio di una tradizione di dubbi e scetticismi, ed è un patrimonio che non mi sento di dover rinnegare. Lo scetticismo, inteso come l’arte del distacco, è una bussola irrinunciabile, per me. Quindi non erigo altari, e tanto meno elevo incensi agli altari costruiti dagli altri. Non ho mai avuto un culto, per esempio, per Renato Serra. E credo che il suo Esame di coscienza di un letterato, pur nelle terribili circostanze in cui fu scritto, sia un libro che riecheggia tutti i possibili tormenti di una generazione, senza venirne a capo. Con ogni probabilità, non si poteva o non si doveva venirne a capo. Ma il suo «saper leggere» ha tratti ambigui; il suo guardare al presente come se fosse scevro di autentica poesia, mentre tutta la grande poesia del Novecento si affacciava proprio in quegli anni, ci rivela che l’Esame, in realtà, nella realtà distante da cui possiamo osservare oggi quel testo e tutta la letteratura che gli fermentava intorno, fu un libro cieco.
Non si trattò solo di questo, ma della nascita di un vero e proprio culto, e di un vero alone di autorità legato alla vicenda del personaggio. Talmente autorevole che ancora oggi lo si cita come modello per impropri confronti tra i primi anni di questo millennio e i primi dell’ultimo secolo; talmente autorevole che ancora oggi si leva la voce, altrettanto impropria, di qualche renatoserra fuori tempo massimo, che vestendo i panni di Catone, e presumendo che il suo «saper leggere» sia un sapere superiore a tutti gli altri, viene prima a insufflarci il sospetto, o addirittura la certezza, che la poesia italiana sia morta e sepolta, quindi che anche la critica di poesia sia stata indotta – per contiguità fisiologica, per assenza di materia su cui operare, per consunzione di strumenti – a seguire la stessa triste strada.
Gli argomenti di questi censori, che al povero, ignaro Serra, sovrappongono altre autorità, come quella di Adorno, o direttamente la propria, senza alcun pudore di essere smentiti, sono invero generici. Si cita un possibile, quanto discutibile panorama, come se si provasse a fotografare un paesaggio assente. Mai o quasi mai si fanno i nomi dei responsabili di questa ineffabile débacledella poesia e dei critici conniventi.  Oppure, come dal cilindro del prestigiatore, si fanno apparire gli illustri sconosciuti, si accende un riflettore su di loro per spegnerlo subito dopo: non si sa mai, potrebbero diventare dei poeti con la maiuscola. Si richiamano quindi ricette inverosimili, come se i linguaggi dell’arte fossero privi di un loro sviluppo nel tempo, si elencano gli ingredienti mancanti o quelli da resuscitare: qui ci vuole una certa forma, l’artigianato del verso, perfino la rima. Si riecheggiano le scritture dell’impegno. La poetica, o ancor peggio la teoria, vuole la sua supremazia sull’operato dei poeti, sul farsi intrinseco e naturale delle loro officine. E con quale impeto, con quale gusto della dissacrazione generale, bruciando il grano insieme alle erbacce, queste voci gridano perfino con un certo compiacimento la loro estetica funebre… Perché è proprio il lato funerario a garantire loro l’esercizio di un’autorità, ridotta ahinoi (ahiloro?) all’ultimo residuo. 
Preferisco la vergogna di scrivere poesie a quella di non scriverne, sosteneva Wislawa Szymborska. Preferisco una confusa vitalità (ma quale vitalità non è di necessità confusa?), testimoniata da fermenti e da ben altre attenzioni, più disinteressate nel senso più nobile, alle partigianerie da trincea. Lascio ad altri le guerre, questi triti scenari da polemica estiva, da rotocalco da riempire, e torno al mio lavoro.

giovedì 5 luglio 2018

AILANTO n. 53 - su Maria Clelia Cardona



Il nuovo libro di Maria Clelia Cardona s’intitola I giorni della merla. Lo pubblica Moretti & Vitali, nella collana a cura di Paolo Lagazzi, Stefano Lecchini, Giancarlo Pontiggia. Proprio quest’ultimo, nel risvolto, scrive che la raccolta «coglie il lettore sulla soglia, ambigua e incerta, in cui l’inverno sembra toccare il culmine del gelo e della desolazione, e insieme annunciare l’avvento di una nuova primavera». Quelli della merla, nella tradizione popolare, sono i giorni del freddo più intenso, ma anche del giro di boa verso la nuova stagione. Sono uno spazio anfibio, una terra di nessuno; sono un perfetto correlativo oggettivo (Montale si affaccia più di una volta da questi versi, in certi avvii, in alcuni fraseggi) di quello stato di sospensione, se si vuole di epoché (ancora Montale) in cui le cose sembrano manifestarsi in una loro improvvisa e imprevista autenticità e i significati a lungo inseguiti finalmente si decantano.
Ha ragione quel lettore acuto che è Pontiggia, queste nuove poesie sono scritte come sulla soglia di un limbo e l’immagine del titolo ben rappresenta la tensione, la spinta che le tiene tutte insieme in una loro speciale compattezza. «Incerti così sono i confini / fra noi e gli astri», scrive l’autrice a proposito del tempo, quello ordinario, quello delle nostre liturgie quotidiane, fatto di «abbagli», segnato dall’inganno. Cardona ha scelto una precisa prospettiva da cui osservare e da cui esprimersi, consapevole della propria dislocazione di fronte a una realtà cangiante (ci sono riferimenti al mondo virtuale della rete, alle sue strane dinamiche sociali) e altrettanto dislocata. La poesia che riflette su se stessa, come nei versi dedicati ai poeti (memorabili quelli per Dante e per Pasolini), assorbe su di sé e fa propria quell’arte dello stare altrove, quel cercare incessantemente il punto in cui la realtà trova nel verso il suo calibro musicale, la restituzione di un ritmo che cela in sé un senso possibile: «I passi allora / ti portarono altrove», è detto a proposito di Dante. Quanto a Pasolini, ci si chiede come avrebbe reagito, oggi, davanti ai «moderni Accattoni», come se, a ben vedere, ci fosse tra il passato e il presente un’indubbia continuità, un’intima staffetta di dolenti invarianti, ma anche di punti di fuga, di veloci felicità.
C’è sempre, nella scrittura di Maria Clelia Cardona, quel filo di malinconica sapienza, di distillata saggezza che la frequentazione dei classici concede a chi impara l’arte del distacco. Non a caso il primo libro era intitolato Il vino del congedo. I «poeti elefanti» hanno il passo pesante di Saturno, si misurano con l’imperfezione e la finitudine, come osserva Marco Vitale nella densa postfazione. Non sorprende quindi che il libro si apra con un epicedio, con un ricordo della figura materna colta nella sua ultima vecchiaia e quindi nel momento del saluto estremo; e ancora non sorprende come, in perfetta simmetria, verso la fine del libro ci venga incontro un’altra figura femminile, amicale, in cui possiamo riconoscere la poetessa e americanista Angela Giannitrapani. Potrebbero essere icone protettive e invece, nel loro interno dibattersi, incarnano nella loro stessa esistenza quel luogo ambiguo, «grigio», in cui il canto della merla denuncia il massimo rigore invernale, e intanto annuncia la certezza di un’altra primavera.
Maria Clelia Cardona, I giorni della merla, postfazione di Marco Vitale, Moretti & Vitali 2018, e. 13.00.

Dopo i giorni del canto la merla scompare
come a nascondere il grigio, lo stranito amore
del buio nell’età dei colori –
altri amanti inglorieranno primavera,
dietro le quinte c’è attesa
che la festa cominci.

martedì 22 maggio 2018

Al festival «Sicilia dunque penso»

Ci vediamo il 2 giugno al festival «Sicilia dunque penso» a Caltanissetta, edizione dedicata ai sogni.
Alle ore 21 leggerò poesie da Solstizio, legate al tema di quest'anno e alla Sicilia.





venerdì 27 aprile 2018

Il viaggiatore insonne

Esce per le edizioni Empirìa Il viaggiatore insonne, il primo di una serie di «Quaderni internazionali di studi su Sandro Penna», a cura mia e di Raffaele Manica.
Qui sotto la copertina con l'indice: ci troverete un mio contributo sul Meridiano Mondadori apparso lo scorso anno e un saggio di Dario Russo; l'Autobiografia al magnetofono interamente ristampata, da lungo tempo introvabile; un divertissement di Elio Pecora e una conversazione di Paolo Di Paolo con Antonio Debenedetti. Jacob Blakesley ed Edgardo Dobry traducono alcune poesie di Penna in inglese e in spagnolo; Francesca Ippoliti chiude il quaderno con una rassegna degli studi recenti.
La copertina, che richiama la locandina di un film in stile anni Trenta, è di Rocco Micale.
Buona lettura!



sabato 21 aprile 2018

AILANTO n. 52 - su Marco Vitale





Ci sono versi che ritornano spesso alla mente e che non sappiamo più ricollocare nei libri che ci hanno accompagnato. Così mi è accaduto per una poesia di Marco Vitale, che non sapevo più ricondurre al suo legittimo autore. Quei versi dicevano: «Sentivo come mie di chi tornava / là in fondo lungo il ponte / sui binari / domeniche d’autunno già consunte / già rapite agli abbracci». Il titolo non lo ricordavo. L’ho ritrovato aprendo il bel volume che raccoglie tutto il lavoro poetico di Vitale, Gli anni, appena apparso da Nino Aragno con un partecipe saggio introduttivo di un lettore raffinato come Giancarlo Pontiggia.
Lambrate, così si intitolano quei versi. Non potevo sapere, quando li lessi per la prima volta in quello scarno libretto,Monte Cavo, pubblicato in una collana a cura di Dario Bellezza, che anche Sandro Penna, nelle lunghe passeggiate durante i suoi soggiorni milanesi, si era recato fino a quel ponte sulla ferrovia. Aveva lasciato diversi segnali e toponimi, il poeta in cerca di lavoro e senza alcuna voglia di lavoro che non fosse la scrittura; eppure a Lambrate non avevo pensato. Strane analogie della mente? Mi piace partire così, da un luogo e da un titolo rimossi, da un autore a lungo studiato, per tornare ad affacciarmi sulle poesie di questo libro corposo, a dispetto della parsimonia e della discrezione con cui Vitale si è presentato ai lettori.
Era il 1993, quando uscì Monte Cavo, che Pontiggia, nel suo scritto, definisce «sfortunato», per il poco seguito che ebbe e per la volontà di occultamento del suo stesso autore; con la raccolta complessiva Vitale festeggia dunque i suoi venticinque anni di presenza, importante quanto pudica, nelle vicende della poesia italiana a cavallo del millennio. La sua voce, rara e preziosa, ha saputo scandire i momenti di una lunga, inesausta Bildung che poggia su un vasto sapere letterario, fatto anzitutto di una disinteressata, fertile curiosità di umanista. Attraverso questa lente, che è prima di ogni cosa quella della poesia, Vitale ferma gli istanti di un’esistenza globale, in cui sentimenti, incontri, affetti e paesaggi attraversati si offrono in tutta la loro sconcertante nudità, generando, come nel poeta perugino, una gioia quieta, che non sa urlare se stessa, ma che pure è lo stemma di una vitalità sicura di sé. Anche nel dolore, anche nei vuoti improvvisi, quando il tragico incombe nelle forme dell’assenza e sembra voler trascinare, nel vortice del nulla, ogni residuo di tenerezza. È proprio allora che il poeta Vitale tiene fede al proprio nome, e come un pittore ingaggiato ad affrescare una parete bianca, riempie le proprie pagine di immagini vive nell’affettività della memoria. 
Ha ragione, Pontiggia, a identificare al termine di questo percorso il raggiungimento di un «piacere estetico», ma Vitale non insegue un ideale astratto di bellezza; si contenta di rovesciare sul mondo che osserva, sulle esperienze di cui partecipa la luce crepuscolare, calma, di una lucidità che sa farsi ancora incanto, sorpresa. Proprio per questo i suoi parametri espressivi si nutrono di tutto ciò che appare secondario, minimo, quasi nascosto. È in quei recessi di una storia ben più vasta della sua che questo poeta ha lungamente rincorso le figure di un’alterità che gli si è rivelata, infine, assai più prossima e familiare. Con il suo Tratto fermo e lieve (titolo della sezione di inediti che chiudono il volume) Vitale sa cogliere quella vita «che accade mentre ci occupiamo d’altro».
Marco Vitale, Gli anni, con un saggio introduttivo di Giancarlo Pontiggia, Aragno 2018, e. 25.00.

Una ferita, sarà poi questo
a convogliare il vero e il falso?
Corre inesausto il nostro sangue
gela l’Europa, un anno
si rivela, una caducità
di fondo tenta il cuore. Noi
mentre lontano imbianca
sul profilo dei monti, per quest’ora
che brucia calma e ferma
che intrema

sabato 24 febbraio 2018

Il nuovo libro di Nicola Romano

È appena apparso da Passigli, nella collana a cura di Fabrizio Dall'Aglio, il nuovo libro di Nicola Romano, D'un continuo trambusto. Posto qui la prefazione che ho scritto per l'occasione. Auguri!




Il trambusto è continuo, recita il titolo di questa nuova raccolta di Nicola Romano. È un aggettivo che condividiamo, ma non si tratta di una semplice consonanza. Non ci sono prospettive a convergere, nella galassia globale dove tutto, ormai, sembra davvero essere «continuo», sia che giunga ai sensi attraverso la vista, o l’orecchio, o la visione, come in un celebre libro di Italo Calvino, che faceva della continuità una categoria dell’invisibile. Romano, invece, è un poeta del concreto: con la sua scrittura, di volume in volume, ha tracciato, disegnato i contorni di un paesaggio cittadino e famigliare, e li ha riempiti di immagini nette, precise come i suoi affetti; ne ha scandagliato la sostanza più intima, le più remote lacerazioni, spartendosi tra toni che solo con approssimazione potremmo definire civili e momenti di più evidente lirismo, proprio in anni di reiterati attacchi a qualsivoglia pretesa di soggettività. Da questo punto di vista Romano è il soldato che difende la roccaforte, aspettando i tartari; l’ultimo che possa ancora padroneggiare, senza tema di incoerenza, gli strumenti dell’io.
Anche in queste poesie l’altalena si ripropone, e forse in modi ancora più ricchi e complessi che in passato. Il poeta tocca corde varie e vari sono i registri a cui ricorre, pur dentro un’insolita compattezza di dettato. Si trascorre dal bozzetto urbano all’autoritratto psicologico, passando per un certo impressionismo intimistico o per improvvisi squarci paesaggistici che ambiscono al più ampio affresco. Eppure, dietro questo vortice espressivo, e sotto il brulichìo del presente, si avverte l’azione di un unico, inesausto motore: una sola dolente matrice che chiede di riscattarsi in gioia, mimando una denuncia, manifestando il disinganno. È il motore della contraddizione. Non nel senso dell’antinomia, ma in quello della critica e del contrasto. Un’opposizione assoluta, determinata. Con le armi della poesia Romano difende il territorio che caparbiamente ha costruito negli anni e in cui ama riconoscersi. Non è un territorio vasto e non rimanda ad alcuna eroicità. Anche per lui, come per altri autori della sua generazione, si potrebbe ricorrere alla scontata formula di un’antiepica del quotidiano, se non gli accadesse, nello sforzo e nella ricerca della poesia stessa, di circoscrivere un’ontologia, che si palesa anzitutto nella scelta del genere e nell’impostazione della voce. Per lui, ultimo tra i lirici, quella difesa non è un atteggiamento, né una battaglia di cui fare materia per facili versi. È piuttosto la spinta, continua, verso quella regione dove la parola recupera tutta la propria forza e la lingua, ovvero l’identità, rinviene il punto esatto della decantazione, della liberazione dalle scorie del vissuto.
Viene da chiedersi, a questo punto, quale sia il vero vissuto di un poeta come Romano. Perché in realtà c’è come una patina sensoriale attraverso la quale i fenomeni giungono al soggetto, per essere filtrati e trasferiti sulla pagina. In questo, Romano è coerente con l’asse percettivo della modernità, a cui però sembra guardare con un certo riservo, cercando (o mirando a cercare) il colloquio con una tradizione più vasta e antica. Insomma, ancora una volta poesia e vita giocano a scambiarsi i ruoli, di qua e di là di uno stesso palcoscenico. Ora Romano è in scena, ora osserva dietro le quinte, ora siede sornione tra il pubblico. Il suo vissuto trapassa, come in un processo di osmosi, tra ciò che gli è più prossimo e saldo e ciò che inevitabilmente crea disturbo e lontananza. Così, allo stesso modo, mutano i suoi toni. E se la prossimità delimita la sicurezza, evidenzia un milieu affettivo (intendendo anche l’affettività come una forma di conoscenza o addirittura di trascendenza, come ha ben intuito quel maestro di modernità che è Leopardi) e lascia aprirsi una finestra sugli interni di una vita domestica, come in quadro di Vermeer, la lontananza non rinvia ad alcuna nostalgia, perché è priva di spessore temporale. Ogni verso di Romano ci lega al suo e al nostro presente, e proprio per questo ci invita a frequentare il versante di un’inattualità tutta da costruire, tenacemente, nel resistere della poesia.


venerdì 23 febbraio 2018

Con Penna a Lugano il 14 marzo

Il Meridiano Penna approda in Svizzera, presso l'USI, all'interno del progetto “Archivi del Novecento", in collaborazione con la RSI, Rete Due. Un ringraziamento agli organizzatori, a Stefano Prandi per l'invito e a Massimo Zenari che segue il progetto.




mercoledì 31 gennaio 2018

Officina della poesia - a Bologna il 6 febbraio

Ringrazio Paolo Valesio e il Centro Studi Sara Valesio per questo incontro a Bologna sul Meridiano Penna. Con l'occasione sarà presentato il numero monografico di «Nuovi Argomenti» dedicato al poeta, a cura di Maria Borio.



venerdì 19 gennaio 2018

Rassegna Versus a Recanati

Recanati. Versus, ottimo inizio con Deidier. Soccio: Recanati diventerà un riferimento internazionale per la poesia classica e contemporanea

Sala gremita al Circolo di lettura e conversazione
Sala gremita al Circolo di lettura e conversazione
Un folto e partecipe pubblico ha accoltodomenica pomeriggio, nella sede del Circolo di Lettura e Conversazione, Roberto Deidier, il primo poeta ad inaugurare VERSUS la rassegna di confronti poetici ideata dall’Associazione Lo Specchio. “Il progetto nasce con lo scopo di ampliare il pubblico della poesia, troppo spesso ridotto a pochi addetti ai lavori, e aprire con esso un dibattito”, ha affermatodurante la presentazione Vanni Semplici,il presidente dell’associazione. E così è stato.Deidier, stimolato dalle domande di Piergiorgio Viti, ha affrontato un tema universale ed estremamente toccante:come sconfiggerei tentacoli della morte? Per il poeta“Si muore solamente quando non ci sarà più nessuno a parlare di te.” L’antidoto alla morte è la memoria. Il dibattito con il pubblico ha aperto altre argomentazioni sul versante sociale, come il problema dell’eutanasia. Per Deidier è molto grave l’assenza di una legge italiana che dia la possibilità di scegliere di morire. “Se ho il diritto di vivere, ho il diritto di decidere quando morire”. Profondamente ateo, nonostante abbia studiato dai gesuiti, Deidier si apre al pubblico e parla a cuore aperto. Confessa di non amare la metafisica e di essere molto concreto. Ama la vita e, con evidente imbarazzo ma sorridendo, si dichiara una persona felice perché sente di essere molto amato.Saggista e traduttore di poeti come Artaud, Apollinaire, Keats e Sexton, ricorda con gratitudine Amelia Rosselli, la poetessa che, per prima, lo ha incoraggiato a seguire questa strada. Come insegnante accusa la scuola di non avvicinare gli studenti alla poesia e prende ad esempio le “griglie di lettura” con le quali si seziona inutilmente ogni testo in modo fin troppo analitico. Una poesia ridotta “allo spiedo” che non incoraggia certo la lettura.L’incontro ha riscosso molto successo, non solo in termini di presenze ma per aver mostrato l’enorme qualità dell’iniziativa. L’assessore Rita Soccio, che l’ha sostenuta in modo particolare, scrive in una nota: “La rassegna Versus sinserisce nel piano strategico della cultura che stiamo portando avantinella nostra città e che vede nella poesia un elemento di sviluppo e di crescita per tutta la cittadinanza. Il nostro ambizioso progetto è di fare di Recanati un riferimento nazionale e internazionale per la poesia classica ma anche per quella contemporanea, con incontri come quello di questa sera con il poeta Roberto Deidier che tanto successo ha riscosso tra il pubblico.”