lunedì 21 gennaio 2019

AILANTO n. 56 - su Gian Piero Bona





Cerchiamo di orientarci in questo libro estremo di Gian Piero Bona, La volontà del vento, che prende avvio da un’epigrafe da Artur Lundkvist e si congeda con una nota dello stesso Bona. L’epigrafe recita: «Il poeta nel vento; egli pure è vento, / vento le sue parole, /vento la sua volontà, / vento la sua potenza…»; nella nota l’autore scrive che «Questi miei versi sono la traduzione da una lingua a me sconosciuta, prova che il poeta è l’interprete di una vita scritta altrove». Aleatorietà e lontananza sembrano quindi accompagnare, scandire queste poesie, in un’altalena incessante di understatement e di senso della precarietà e della fine, nonché di continuo straniamento; effetto, questo, che Bona riesce a imbastire tanto più si attiene ai versi e alla musica della tradizione, camuffandoli da orecchiabilissima musica da camera, e intanto spingendo il lettore verso gli abissi di una metafisica invero insondabile. Bona, oltre a essere il poeta che conosciamo, e il narratore di libri in prosa importanti come I pantaloni d’oro Il soldato nudo, è anche uno splendido traduttore dei simbolisti, per i quali vale almeno ricordare Corbière e Rimbaud; conosce e pratica l’arte del tradurre, l’ha esercitata su personaggi tutt’altro che abbordabili e sempre con successo. Sa bene, pertanto, cosa significhi interpretare; sa, soprattutto, che ogni nostro atto di parola è un infinito tradurre anche tra chi parla la stessa lingua. Perfino da noi stessi, come ci ricorda Steiner.
Fedele a questo principio, Bona non ha mai smesso di tradursi, di tradurre il sé poeta, come specifica meglio nella nota finale. È un espediente, un camouflage che la modernità di cui si nutre ha praticato in tutti i modi e le forme possibili, dallo sdoppiamento ai tanti manoscritti ritrovati. Eppure, di poesia in poesia, nella disfattrice «volontà del vento» Bona non ritrova altro che se stesso, le sue ossessioni, i suoi fantasmi adorati. È un lirico, questo poeta; un lirico che fa ricorso a tutte le frecce a disposizione, che ama l’ironia, specie se ricade su di lui. A patto, però, di non rinunciare a quel velo serissimo di sapienza distaccata, di olimpica serenità sotto il quale ama, ancora una volta, nascondersi tra i ritmi così fluidi e amabili dei suoi versi.
È davvero un libro estremo, questo. Perché qui, nella musica così suasiva che ricorda la nostra migliore tradizione, da Saba a Penna a Caproni, Bona riesce nell’impossibile: riconoscere, nelle sperse distanze siderali di ogni pensiero sulla morte, che i contrari dell’esistenza sono assai più prossimi di quanto possiamo immaginare. Così, già nella prima poesia, il nostro «dove» può mostrarsi come «malattia dell’altrove»; e se questo rappresenta il dolore di «un vate zoppo» che mette in scena il suo congedo «dall’imboscata umana», dalla follia del reale, pronto a discendere «la scala rotta» della speranza, nell’inimicizia del proprio corpo, resta, proprio come in Penna, un grande, profuso senso di nostalgia.
Gian Piero Bona, La volontà del vento, Mondadori 2018, e. 22.00.

Il centenario
Puoi dirlo, infine,
tutte le spine dell’anima
le hai ritratte su un foglio
e l’imagine sfocata è stata cancellata,
poiché assai stormì la pianta
e ululò la lupa già morente
nel bosco della mente.

Il mistero non è quale tu sei,
ma perché sei.
Così dovrai varcare la paura
per giungere all’altura del tuo canto
e sperare che su te ripassi
il giardiniere delle sere.

Così il vento ti sciuperà le rime,
e in te risonerà la fine
come accordo dominante
senza fine.

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