domenica 12 aprile 2026

AILANTO n. 81 - su Francesco Paolo Memmo

 



Il pensiero che Francesco Paolo Memmo sia uno dei poeti migliori della sua generazione mi accompagna da molto tempo, almeno dai primi anni Novanta, quando ebbi occasione di leggere In via esplorativa (1991). Se come studioso, soprattutto di Vasco Pratolini, Memmo ha avuto importanti riferimenti editoriali, questi sono invece mancati per la sua poesia, affidata, tranne che per La sezione aurea del 1986, apparso da Vallecchi, a piccoli editori. A ciò si accompagna il lungo silenzio che quest’autore si è imposto fino al 2023, quando le edizioni Il Labirinto hanno pubblicato Linea di basso ostinato, il volume che ripercorre il tracciato interrotto proprio nel 1991, dopo che dal 1975 erano apparse ben cinque raccolte. In realtà Linea di basso ostinato si spingeva fino al 1997, ma si trattava in ogni caso di un discrimine davvero ampio, quasi un trentennio di assenza dalla poesia; che non vuol, dire, beninteso, rinuncia alla scrittura, poiché Memmo finalmente congeda un nuovo libro, dal titolo però definitivo, testamentario: Explicit, da poco apparso ancora per Il Labirinto.

C’è davvero da augurarsi che questa occasione segni una ripresa, e che Memmo, dunque, se non proprio nel mainstream della nostra poesia (ciò che lo metterebbe giustamente a disagio, credo) riesca comunque a guadagnarsi quella visibilità che merita. Explicit è libro unitario, compatto, coerente come pochi. Lo è per lo stile, per il rigore, che neppure tropo in filigrana lasciano cogliere, da parte dell’autore, la certezza di essere ancora, nonostante tutto, un poeta. Lo dimostrano anche la giusta dose di distacco dalla materia narrata, l’ironia e l’autoironia che accompagnano una vicenda esistenziale ripercorsa fin dall’infanzia, dalla morte del padre agli anni della formazione, al grande amore, fino alle soglie di un’anzianità forse un po’ troppo compiaciuta, se non riconoscessimo in lui, nella sua autenticità, la verve di un eterno ragazzo. Ciò che colpisce è la particolare declinazione della memoria (ed è sintomatico, in questo, che il libro si apra con una citazione da Gesualdo Bufalino, quasi un viatico): si tratta infatti di una memoria spesso onirica, che si confonde con la dimensione del sogno, dove tutto appare insolitamente concreto, reale; ed è altrettanto sintomatico di una necessità irrinunciabile che l’autore poi dichiari di non ricordarli, i suoi sogni, che invece si traducono nel flusso ritmico dei suoi versi con una lucidità incontrovertibile, fino a sfociare nella tautologia: «Tutto qui», scrive Memmo al termine del suo primo sogno, come a ribadire che la spinta immaginifica altro non è che il riaffiorare di un rimosso, dove anche l’assurdo può trovare spazio (per esempio il grande Thelonius Monk abbracciato a un lampione di cui sarebbe innamorato).

Questa «risorgenza» di poesia, come lui stesso la definisce, è qualcosa di sorgivo, di autenticamente donato al lettore; e certo, «a cancellare sei ancora in tempo», ma per fortuna la scrittura è tornata a segnare l’attraversamento del suo e nostro «inferno» presente, anche se per riconsegnarlo a un altro inferno. Consapevole che nulla ci possa salvare, tantomeno la poesia, basta a Memmo lasciarci neppure un monito, ma il sentimento di un monito: che è quello, in definitiva, di una leopardiana condivisione della disperazione, che forse, almeno in parte, può indicarci una strada per restare lontani dalla devastazione.

 

Francesco Paolo Memmo, Explicit, Il Labirinto 2026, e. 15.00.

 

Missione di soccorso

 

Ti avrei voluto vedere io a te

addentrarti come ho fatto io per te in quei

meandri, sondare l’insondabile – che io

a te te l’avevo anche detto avvertito

io te l’avevo detto che l’impresa

sarebbe stata addirittura folle

ma prima o poi l’avrei portata a compimento.

 

Ora a me che torno vincitore

tu che trofeo mi dai a me che ho attraversato

l’inferno per tornare in questo inferno?

Non c’è prezzo.

Ma a te ti basti di averlo evitato

a me mi basta di avertelo evitato.