Sono cent'anni dalla nascita di Tito Balestra, poeta schivo, amico e frequentatore dei maggiori poeti e artisti della metà del Novecento a Roma. La sua città elettiva lo ricorda con un convegno presso la Biblioteca nazionale centrale, che qui ringrazio per l'accoglienza, a cui farà seguito un'altra giornata di studi nella nativa Longiano, in Romagna, presso la Fondazione dove si custodisce la sua importante collezione d'arte. Grazie anche a Flaminio Balestra, che tale Fondazione dirige, per aver voluto queste iniziative. Intanto il programma di Roma.
lunedì 11 settembre 2023
venerdì 8 settembre 2023
Luca Pizzolitto, «Getsemani».
È in uscita da peQuod il nuovo libro di Luca Pizzolitto, Getsemani, con una mia prefazione che qui posto.
Fin dal titolo Getsemani, ultima impresa di Luca Pizzolitto, introduce il lettore nel vivo, nel cuore dolente della passione. Quello che accade nel giardino evangelico non è il momento che precede, non è la sospensione, né l’attimo salvifico; nella vicenda che ci è giunta non c’è spazio per il kairòs, per la quiete prima della tempesta, prima che tutto precipiti. Quella sosta, che intima alla preghiera e alla riflessione, segna in modo evidente e decisivo l’avvio di un processo irreversibile, di una catastrofe già scritta nelle parole dei profeti, di un dramma altissimo che segna l’avvicendarsi delle storie umane e le accatasta in un prima e in un dopo, fino a quel momento impensabili. Non c’è grazia alcuna in quanto sta per accadere, ma solo uno scempio gratuito, sproporzionato.
Nell’orto del Getsemani accade qualcosa di inaudito, ma in realtà accade per la seconda volta. Il deus absconditus si manifesta nella consapevolezza della prova imminente, ed è l’istante in cui la preghiera si fa supplica impossibile, tentativo di sottrarsi; è, in sostanza, il momento in cui quel dio ineffabile viene negato e la scena è interamente occupata dalla sua incarnazione, dal suo simulacro, che sembrerebbe ambire a una propria, improvvisa autonomia. Si è già verificato davanti al sepolcro di Lazzaro, a fianco del dolore dei parenti che prevale, con la sua forza affettiva ma anche con un inedito attaccamento terreno, sugli ideali di una vita celeste, sulla prospettiva di eternità. Perché richiamare tra i viventi chi ha già conquistato il dono più grande?
Sono i due momenti del racconto evangelico in cui la sofferenza, portata agli estremi, diventa il luogo limitrofo, la terra contigua tra vita e morte; e dei rispettivi ruoli si fa, senza necessità di investitura alcuna, regista. Perché, in definitiva, quella sofferenza è già parte di una necessità, anch’essa ineffabile; è la prima tappa di un itinerario che prevede la discesa catartica, infine la liberazione; nella terribile esperienza lì narrata, ma anche nella vita di ciascuno. Nessuna catastrofe è mai definitiva, suggerisce il Getsemani, anche nell’ora della prova più dura; ciò che dapprima si mostra in tutta la sua potenza distruttiva è in realtà il volto feroce di un evento rigenerativo.
Vale ricordarlo, anche di fronte a questo nuovo libro, che non a caso è introdotto da una dedica, una breve epigrafe a qualcuno che ha passato il limite della vita per resistere solo come memoria, ma che ha saputo accompagnare la parabola di una tempesta culminata infine in un approdo. E proprio alle figurazioni dell’acqua rimanda il titolo della prima sezione, presenti qui per metonimia. Geografia della sete è il periplo di una mappa soggettiva, che si costruisce paradossalmente intorno a qualcosa di cui si avverte l’assenza e a qualcuno che sta per lasciarci. Ma questo è il miracolo della poesia: dare nuova forma a una forma che si consuma, portare questa volta non la realtà sul piano della metafora, ma al contrario la metafora dentro la realtà: «vuota memoria dell’acqua / dimenticanza di piccole, / trascurabili cose». Il fluido divenire dell’elemento che per antonomasia identifica lo scorrere del tempo, la sua inesorabilità e per converso il suo ultimo effetto, la finitudine; con questi pochi, ma fondanti tratti, Pizzolitto tesse la sua elegia del vuoto, fa della malattia un confine, un discrimine tra due dimensioni, quella del dicibile e quella del silenzio, indotto e necessario, di fronte alla contemplazione della morte. Non è, del resto, quanto esperisce il dio incarnato in quel remoto orto? Alla terribile richiesta del Getsemani, che avrebbe annullato ogni palingenesi, fa eco l’urlo finale sulla croce. Il padre tace di fronte al suo stesso sacrificarsi, ma adesso, nel culmine del nulla, «non esiste parola». Che equivale a dire: non solo non c’è parola che possa essere pronunciata nel pieno della sua significazione, ma ogni parola che non sia passata al filtro rigenerativo della poesia rischia di suonare blasfema. In altri termini, la parola qui si ferma con inedito pudore sulla soglia del distacco; la vita s’incarica di proseguire. Il testo mima la richiesta di allontanare il male incombente, l’inverno simbolico in cui perfino il vuoto trama la sua «accorta / casualità».
La sequenza sovrappone quindi il male fisico alla passione evangelica, ma al contrario di quanto è predestinato al di là del tempo, qui dell’amore restano vaghe tracce. L’amato è costretto a svanire. Come l’uomo di Pascal caduto nella Storia e imprigionato nei suoi meandri, anche l’idea del divino precipita nella realtà del corpo come un «dio inatteso», ma solo per registrare, nell’impotenza di fronte alla necessità che tutto governa, che l’oggetto, la res extensa scompare nel vortice stesso del linguaggio, che è a sua volta materia. E il motore stesso della creazione poetica, proprio l’amore, rischia di rimanere privo di ogni referenzialità. Anche la «vita involontaria», in fondo, è un progetto del logos.
Nella loro densa concentrazione, i componimenti diGetsemani sono grumi di pensieri e di immagini che afferrano il lettore nella loro temibile consequenzialità. Sembra che un ferreo determinismo sovrintenda quest’ampia dinamica di oblio dello sguardo (la cosa che si sottrae per sempre) e di memoria della parola, al punto da lasciar cadere persino tutta la rete simbolica dell’acqua come elemento lustrale. Tutte le sue declinazioni, che si tratti di «neve» o di «pioggia», non soddisfano né l’anelito a una rigenerazione, né, tanto meno, il desiderio della durata; al contrario indicano una fine, il nulla dove non resta alcun segno. Quelle di Pizzolitto sono impressioni che si consumano nell’istante del loro rivelarsi: «La vita che attraversiamo / a mezz’ora dall’autogrill. / Fibra minuta, fragile. // Il nostro umano non restare, cadere, / farsi pioggia in aprile. // Lasciare». Ecco come una lontana eco ungarettiana può riverberarsi in un minimalismo quotidiano, abbandonando la divisa dell’originale: «fibra» che si riconosce, in uno stesso afflato unanimistico, come metafora vegetale di una fragilità condivisa.
Sulla scia di questa condivisione il poeta esplicita le fonti con cui dialoga: Lorand Gaspar, Philippe Jaccottet, tra gli altri, soprattutto i Salmi. E sono infatti questi ultimi i segni tangibili di una teleologia del male che percorre la vecchia e la nuova storia, come se l’episodio del Getsemani non ne rappresentasse il preludio al culmine, ma una forma di ripiegamento dell’io dentro sé stesso, che trascende il recente patto con la divinità e ne fa occasione di discesa tra le proprie ombre. La seconda delle quattro sezioni che compongono il libro, Nelle stanze senza fuoco, ribadisce nel titolo l’assenza dell’elemento a cui si riferisce ed è introdotta, ancora con una metonimia che passa attraverso la citazione, da uno degli effetti del ripiegamento, il pianto. Odisseas Elitis lo riecheggia proprio da una dimensione famigliare, affettiva. Il pianto ottunde la vista, prelude a una dimensione di oscurità. Infatti sono «Le strade sporche della / notte» a rappresentare un «passato / vile come un’ombra», che insegue il soggetto con l’inaudita e perseverante fedeltà di un cane. Nella povertà di questa luce appena accennata, nell’«indistinto pudore» che lascia scorgere i segni dell’abbandono, una vita intera è dismessa e insieme con essa il suo doppio filiale; il pianto invita al compianto.
«Ora il tempo / è un nome senza colpa». Come la passione spezza in due la Storia, così la morte spezza il legame fisico e la memoria delle azioni, la frantuma in mille rivoli, in un caleidoscopio impossibile da ricomporre in una sola figura. L’avverbio di tempo scandisce la terribilità di un presente che segue un passato sempre più indicibile, se non per le prismatiche rifrazioni della lingua della poesia. Getsemani è dunque il libro del dolore e del lutto, dell’espiazione definitiva, e soprattutto della proiezione tra le due rappresentazioni, padre e figlio, di uno stesso soggetto. E come nelle Scritture è solo il secondo che può dare voce al primo, qui si ripete la stessa dinamica, per cui l’identità è data dalla comunanza del logos che solo può oggettivare, sul piano dei significati, la responsabilità da una parte e il compito dall’altra. Il dio esiste e si rivela nella debolezza del figlio, infine nella sua accettazione del male («eterna resa»); lì una condanna a morte efferata, qui il lungo consumarsi del corpo, che lascia a chi resta una sete insoddisfatta.
mercoledì 23 agosto 2023
Tre poesie di Giona Ferrarese
L'amica Bianca Tarozzi mi segnala un giovane poeta, che non conoscevo. In effetti è al suo esordio. Ho ricevuto queste poesie che accolgo molto volentieri nel mio blog e nelle quali ritrovo una freschezza triestina, che mi fa pensare a poeti amati come Giotti e Saba. Ci sono i paesaggi di quella riviera, accennati in pochi tratti, in immagini minime ed essenziali; muri silenziosi - ma quanto eloquenti - che si contrappongono al viavai frenetico delle strade su cui insistono; la presenza di Ulisse e del suo nomadismo, che contrasta con la quiete di una panchina nel primo testo. C'è in queste poesie una capacità di messa a fuoco che si allontana decisamente dall'iperletterarietà e dal neo-ermetismo, maldigerito, di tanta poesia circolante. C'è un tono giusto del pathos e quel tanto di confidenziale che irretisce, nella sua felice ingenuità, il lettore. «E andando per via sorgono parole / in questa città di vento e lieve sole». Trieste e i suoi poeti sono tutti qui. Nel suo ultimo libro, Gli specchi della poesia, un lettore d'eccezione come Luciano Anceschi ribadiva che in poesia, più che il nuovo insiste l'ovvio. Non il banale, ma ciò che ci riguarda, più intimamente, al punto da non riuscire più a vederlo. Ho ritrovato nei versi di Ferrarese la capacità di restituire quest'appartenenza disconosciuta, questo patrimonio di affetti e reazioni a cui ci abituiamo e che non sappiamo più ricaricare di senso.
Per via, le parole
Strade: asfalto di veloci passanti
automezzi, la mattina i clacson
il caos di giornate Triestine.
La quiete è nei muri, leggo di Ulisse,
seggo in una panchina, è con me Saba,
ancora naviga la via per la poesia
leggo pagine e perdo il segno
il vento giocoso fanciullo,
l’onda che culla i pensieri.
E andando per via sorgono parole
in questa città di vento e lieve sole.
Riva
Una piccola scintilla, un lampione di riflesso
su terreno di cadenti piogge, i sospiri di aspettative
si esprimono in fiati al freddo, sotto cielo, aspetto
che si consoli presto di prime luci, il mare riprende
colore nella sua canzone, l’intrecciarsi di note
ora è un’allegria, un’altra notte è stata vinta
sulla riva l’alba di felice intenzione.
Cercare
Un’isola in mezzo alle nebbie, isolato alla luce,
l’orizzonte incupito cancellato a tratti di matita
il mio vero volto celato dal cerone, e suona…
una singola melodia a ripetizione, colpo di scena:
ho sprecato il mio dolore, posso solo immaginare
gli istanti, qui un raggio di sole, il riflettore puntato,
l’istinto mimetico, ragazzo soldato senza una voce.
Bussola puntata verso Itaca, non ancora partito
sabbia di Ogigia, sulla mia pelle mani che non amo,
mi sento solo in questo letto, esco presto all’alba
per trovare un fiato, un grido, accendere un falò
inviarti segnali di fumo per dire che sono vivo
la mia voce ti raggiunga, lei che tesse mi aspetta
abbandono questo scoglio, da te torno da uomo.
mercoledì 2 agosto 2023
Per Anna Cascella Luciani
Una volta erano le madeleines, dentro scatole oblunghe di legno sottilissimo. Le prendeva da Castroni a Cola di Rienzo, quando ancora abitava in Prati, all’ultimo piano di un edificio in via Silvio Pellico, coi gatti e i libri di letteratura inglese e americana. Era una piccola casa, dove andavo a trovarla quando traducevo Auden e m’imbattevo in difficoltà continue, ma era un pretesto; infatti passavamo sempre a parlare d’altro, o meglio, di altra poesia. Di quella che facevamo, di quella che leggevamo.
Quelle scatole finivano per contenere foglietti, appunti, matite e gomme, o addirittura le posate; poi il sole le consumava. Un’altra volta era un piccolo dono, avvolto in qualche carta preziosa: una matita, una penna, un bloc-notes, un quadernino rilegato. Dall’Inghilterra mi aveva portato una fotografia di Auden, quando ormai avevo smesso di tradurlo, ma era un ricordo da preservare tra noi, il segnale di una vecchia intesa. Dall’Irlanda fece ritorno con un altro quaderno, raccomandandomi di riempirlo di versi.
Il più delle volte, però, si annunciava con un biglietto, dentro una busta. Non una lettera, ma un semplice foglietto con poche righe di saluto. Solo dopo, in un secondo momento, arrivava la telefonata per sapere se lo avessi ricevuto. A quel punto avevo già capito come avrebbe funzionato tra noi; dovevo accettare di non capire se il biglietto fosse il vero oggetto o solo uno dei tanti stratagemmi per ricordarmi il suo affetto, un modo per scusare una telefonata infinita.
In quelle buste, che conservo in un cassetto, ci sono brevi frasi, citazioni dai poeti, nomignoli che si divertiva ad affibbiarmi. La sua continua attestazione di bene e di amicizia era anche il sintomo della sua necessità di sentirsi a sua volta amata, ricambiata. Per molti anni tra noi sarebbe andata così, superando le spigolosità del carattere, le reciproche prese di posizione, a cui, come in un duello tattico, non potevamo assolutamente rinunciare. Le pause, tra noi, hanno sempre avuto una durata inconsistente. Si ricominciava con le telefonate, sempre più lunghe, e ancora con i biglietti. Ci fu un periodo in cui ne trovava con delle immagini di fragole (credo che si divertisse a girare per le cartolerie del centro, nei lunghi pomeriggi di solitudine) e ne spediva sempre più, al punto che le fragole si fecero ricorrenti nelle nostre conversazioni. Bisognerebbe chiedere ai bambini e agli uccelli che sapore hanno le ciliegie e le fragole, avrebbe scritto addirittura Goethe, e probabilmente ci sentivamo così, un po’ bambini e un po’ uccelli. Lei era tutt’uno con la leggerezza della sua poesia, una leggerezza pensosa, nervosa, come i suoi ritmi.
C’era anche, però, il lato delle doléances. Se la prendeva con gli editori, che non le rispondevano o non accettavano di pubblicarla; sdegnava i poeti che invece licenziavano libri (forse troppi e con troppa facilità, a suo dire) ma non per invidia, sentimento che non le apparteneva; era invece un profondo senso del proprio valore di scrittrice e quindi di giustizia e di misura. Non l’aiutava, quel suo carattere così indipendente e forse un po’ gattesco; ne ho subito anch’io i graffi quando, per ben due volte, mi sono adoperato perché riuscisse a vedere le sue raccolte stampate presso editori di qualità. Alla fine, per un inesistente cavillo contrattuale o per un capriccio mascherato da malinteso mandava a monte il lavoro di mesi e i faticosissimi negozi. La verità era più semplice: doveva avere lei la totale regia delle sue scritture. Anche a costo di sbagliare, anche a costo di perdere occasioni che mai più si sarebbero ripresentate.
Da quando Franco Fortini e Natalia Ginzburg l’avevano accolta nel primo dei volumi einaudiani dedicati ai Nuovi poeti italiani (era il 1980), lei si sentiva un’autrice dello Struzzo. E se sotto quell’icona non poté più pubblicare fu anche, temo, per insistenze e pretese che nessun editore avrebbe mai potuto accogliere. Spesso le sue proposte eccedevano le misure consuete di un volume di poesie; si presentava con faldoni di pagine e pagine, con testi molto ampi; talvolta pretendeva di pubblicare due raccolte in un solo volume. Alla fine, con piccole ma preziose sigle, riusciva a congedare brevi sillogi. Ricordo però la sua felicità quando ebbe il premio Laura Nobile, da una giuria presieduta dallo stesso Fortini, che restò, fino alla morte, il suo interlocutore privilegiato, accanto a Giovanni Giudici: Vanni Scheiwiller avrebbe stampato Tesoro da nulla e fu una gran festa. Fu, dopo anni di travagli ma di intenso lavoro di scrittura, un inatteso risarcimento. Durò un istante, però. Mi aspettavo che quel libro la consegnasse alla storia della poesia di fine secolo, a cui senz’altro apparteneva. Non ci fu, invece, quella lunga durata di attenzioni che avrebbe meritato. E neppure ci fu il riconoscimento da parte degli editori maggiori. Ne soffrì, come ne soffrì Giovanna Sicari e questo destino oscuro di marginalizzazione e malattia le avrebbe accomunate.
Dopo la scomparsa della madre ne volle prendere il cognome, aggiungendolo a quello, importante, della famiglia di adozione. Era il bisogno di un completamento, di un viaggio a trecentosessanta gradi intorno alla sua complessa identità. Ne rimasi perplesso, all’inizio: quel tassello che si aggiungeva, pur importante, sminuiva la forza di quelle vocali in a che erano l’insegna del suo nome, come lo erano state per Anna Achmatova. E poi diffidavo delle poetesse dai doppi cognomi e mi tornavano alla memoria certi perfidi versi di Palazzeschi. Per me, di fatto, è rimasta come l’ho conosciuta al nostro primo incontro, e come la leggo, ora che non c'è più e dovrò rinunciare a quelle nostre conversazioni di ore, in quello sbiadito volume del 1980, nel libro di Scheiwiller e in Piccoli campi, che Riccardo Lupo volle stampare con un’introduzione di Giudici. Anna Cascella, che sempre ritrovo aprendo quel cassetto pieno di carte colorate e di fragole che non odorano, ma che hanno il sapore di una lunghissima, intatta amicizia.
mercoledì 19 luglio 2023
A Roma il 25 luglio per Tito Balestra
Ricorre quest'anno il centenario della nascita di un poeta importante quanto ingiustamente trascurato dalla critica e dalla storiografia: Tito Balestra.
Due libri da Garzanti: Quiproquo nel 1974 e postumo, nel 1979, Se hai una montagna di neve tienila all'ombra, entrambi accompagnati da risvolti di Attilio Bertolucci.
Balestra fu amico di poeti come De Libero, Gatto, Penna, incontrò numerosi galleristi e artisti, di cui divenne collezionista.
Oggi la sua collezione è custodita presso la Fondazione a lui intitolata, in Romagna, a Longiano, suo paese d'origine.
Parleremo di lui, presentando la recente riedizione dei due libri per La nave di Teseo, il 25 luglio a Roma, all'Accademia di San Luca.
martedì 27 giugno 2023
Per Giorgio Ghiotti
Giorgio Ghiotti, con Ipotesi del vero (LiberAria), fa un regalo ai suoi lettori, perché ci consegna due libri in uno: il primo, che dà il titolo all’intero volume, e il secondo intitolato L’andare e l’addio. Eppure ciò che a prima vista potrebbe apparire un’operazione di pura convenienza editoriale, si mostra poi sotto un’altra impressione: ovvero che questi non sono due libri così distinti, ma due realtà complementari. Sono le due macro-sezioni perfettamente consequenziali di un unico progetto. Non so quanto Ghiotti ne sia stato consapevole; ma se non a un vero e proprio progetto, certamente l’autore si è lasciato guidare in un percorso. Chiarirò a breve da chi.
Ci sono diverse linee tematiche che legano questi due libri tra loro. Vorrei parlare di quella più evidente, che è il collante più forte: la memoria. Una memoria che Ghiotti declina e intende sia come memoria privata, sia come memoria letteraria. Anzi, per lui si tratta a ben guardare di un’unica dimensione; la frequentazione della poesia passata e di quella presente (ma si tratta di categorie di servizio, la poesia non ha tempo, è sempre squisitamente inattuale ovvero attuale sempre) è per Ghiotti, naturalmente e semplicemente, abitare la propria casa, sentirsi nel clima più autentico, stare a proprio agio. La poesia è davvero il suo ubi consistam, senza sminuire gli altri suoi aspetti (il narratore, l’editore, il recensore), ma ribadendo che – come già per Pasolini – essa è lo spazio assoluto che permea di sé anche il resto.
La memoria, come ci ricorda Leopardi, è un formidabile filtro deviante rispetto a ogni nostro passato, vero e presunto, immaginato (finzionato, vorrei dire) o vissuto. Questo perché ogni atto di memoria è agito da una fondamentale corrente affettiva, e questa corrente passa, trascorre senza soluzione di continuità tra i due libri e li cementa. Mi viene da pensare che la prima macro-sezione sia ispirata a un amore inteso come lo intendevano i latini con la parola per me più bella del loro vocabolario: cura. Cura vuol dire (riporto proprio quello che trovo nel vocabolario, alla lettera): pensiero, sollecitudine, amministrazione, ricerca, opera, amore. Vorrei solo aggiungere un altro termine per me essenziale ma che è nella fisionomia culturale di Ghiotti: studio. Perché studium, per l’appunto, vuol dire passione, desiderio, amore, insomma cura.
Dunque possiamo spiegarci il titolo Ipotesi del vero. La memoria, in questi versi, trasuda affettività, cura. Tutte le declinazioni del concetto esprimono in pieno ciò che è della personalità di Ghiotti, ciò che lui fa con la poesia altrui e propria. E se quell’affettività devia la realtà del passato – che non esiste più di fatto – allora quel vero che ne possiamo trarre e conservare è l’ipotesi che più ci somiglia. Somiglia a noi, intendo, a lui. La prima parte, il primo libro, è l’esercizio della memoria come cura, ovvero come recupero, conservazione di un vero che corrisponde a una precisa costellazione chiamata Roma.
Questo è il libro del ritorno di Ghiotti nella sua città, nella città dei poeti, dopo la parentesi milanese. E, neppure troppo in filigrana, ci sono pressappoco tutti. Non voglio qui cedere al gioco dei nomi e dei riconoscimenti delle citazioni, il lettore avvezzo alla poesia saprà riconoscere quanto passa, qui, della poesia, soprattutto quella a partire dagli anni settanta. Questo è dunque il segmento della cura; e la cura agisce a livello testuale proprio cavalcando quell’onda affettiva. In questi testi c’è Ghiotti e ci sono tratti che Ghiotti assimila dal di fuori, da un alter ego plurimo che è quella costellazione romana. Nella seconda parte, invece, la cura si fa consegna. È l’altra parte, complementare, del processo amoroso: recupero e consegna, ciò che un tempo si chiamava tradizione. Ecco la complementarità; e infine, aggiungerei, anche l’omogeneità tra i due libri, nel senso che Ghiotti non riproduce, ovvero non imita. Alla fase dell’imitazione, che è un processo di appropriazione, segue piuttosto quella dell’emulazione, che è un processo proprio di reinvenzione affettiva. Così il testo, da una pagina all’altra, atteggia alcuni tratti che Ghiotti da lettore ha già fatto suoi, ma che adesso deve ricreare a suo modo, alla maniera che è indiscutibilmente sua. Per fare un esempio, il ritmo nervoso, scandito non dalla punteggiatura ma dai trattini (la vera punteggiatura di Emily Dickinson) che Anna Cascella ha fatto suoi, diventano qui una vera e propria reinvenzione di Ghiotti, quasi un colpo di teatro. Ancora, sentiamo una sicura cadenza montaliana come si trasforma in un’immagine che non può essere che di Ghiotti, per poi riassumersi in un nuovo correlativo che è un altro espediente di recupero mnestico:
Il vento che proviene dal salone
fa il paio con il canto dell’acquaio
e io non ho memoria e se mi sporgo
dal bordo del lenzuolo giù dal letto
interrogo quel paio di pantofole
che certo, potreste essere mie, la taglia
è giusta, eppure m’insospetto e mi fa voglia
di andare al fondo al modo degli oggetti
di attendere qualcuno, essergli forma
[…]
Potrei fare altri esempi, ma credo che a questo punto l’atteggiamento di fondo del libro sia chiaro. Ipotesi del vero è dunque un grande atto d’amore per Roma, città di poesia ancor prima che realtà metropolitana. Possiamo evincere come Ghiotti moduli – ormai con una certa sapienza – questa sua affettività da un’altra retorica (nel senso più alto e tecnico) del movimento linguistico, ovvero la variazione. Roma ha una e mille anime e altrettanto diversi sono i suoi poeti. Cosa li accomuni è impossibile a dirsi, nonostante i tentativi fatti ma poco esaustivi, come è impossibile racchiudere questa città in una sola definizione, in una formula onnicomprensiva. Roma è complessa, molteplice, sfuggente. Così a ogni testo è come se Ghiotti si sia incamminato in un quartiere diverso, recuperando immagini da tradurre in versi, ma ben sapendo, come ogni autentico viaggiatore, o meglio viandante, che nel suo sguardo scorrono le immagini di chi ha percorso quelle stesse strade prima di lui. Dunque è un viandante immaginario, nel senso che recepisce un immaginario e lo sovrappone al suo.
Questa poesia appare dunque doppiamente riconoscibile, nei suoi segni e in quelli ripresi dal passato/presente. Ipotesi del vero non fa che continuare e corroborare un percorso coerente, di cui un’altra tappa essenziale è rappresentata dalla raccolta La città che ti abita, edita da Empirìa (altro pezzo di quel passato che ci sta lasciando). Direi però che fin dall’esordio, dall’Estinzione dell’uomo bambino Ghiotti abbia saputo cogliere, con insolita lucidità, quel nesso centrale tra memoria e infanzia, intesa come atteggiamento percettivo e non come età, come momento umano. Piuttosto quel momento, dilatato nel tempo e nello spazio come solo la poesia sa fare, è divenuto, se non l’alba di un mondo, l’alba di una città ancora viva:
Io vado da dove tu vieni,
dove bambini gorgogliano
al fondo di fontane
come specchi parlanti di brame,
e i sogni sono camicie che non puoi
lavare. […]
Ipotesi del vero è un autentico esercizio di intelligenza del cuore. L’infanzia è «la diga che non tiene», scrive Ghiotti, e non perché tracimi nostalgia del passato; se proprio di nostalgia vogliamo parlare è piuttosto una nostalgia del futuro, come quella di Penna, come quella di Dante nel Purgatorio. Infatti una certa luce purgatoriale ammanta queste poesie; «qui» (ma quanto è ampio questo deittico, che cosa indica davvero?) «è quasi primavera». Siamo allora condotti, con estrema cura, come presi per mano, verso una soglia dove nulla è finito perché ancora tutto accade. Nulla chiediamo alla poesia se non questo accompagnarci.
sabato 17 giugno 2023
«Ipotesi del vero». Le nuove poesie di Giorgio Ghiotti a Roma
È apparso da LiberAria il nuovo libro di poesie di Giorgio Ghiotti.
Lo presentiamo, con Giulia Caminito, alla Libreria Spazio Sette di Roma, venerdì 23 giugno.



