venerdì 27 marzo 2026

AILANTO n. 80 - su Laus Strandby Nielsen


Diceva Quintiliano che una metafora estenuata in un racconto diventa un’allegoria. Potremmo altrettanto dire, leggendo la poesia di Laus Strandby Nielsen, che un ossimoro, o un’antitesi che si estenuano in un racconto diventano un paradosso. Di questo poeta danese, tra i migliori della sua generazione, le meritorie edizioni Empirìa pubblicarono una prima scelta di versi, tradotti da Marco Caporali e Michele Melega, nel lontano 1993. Si intitolava Ridere a mezzogiorno? A più di trent’anni da quel volumetto ormai introvabile, Caporali è tornato a tradurre per intero una recente raccolta del 2021, con il titolo suggestivo e ironico, come è nelle corde di quest’autore, A metà dell’infinito, avvalendosi questa volta della collaborazione di Pia Henningsen. La pubblica Gattomerlino, una piccola sigla che negli anni ha conquistato un suo spazio nell’editoria romana e non solo.

Scrive il traduttore nella sua nota conclusiva che «Il gusto del paradosso si rivela già nel titolo», che quindi fa da viatico per il lettore intento per la prima volta ad affrontare questi versi così apparentemente semplici eppure densi, portatori di una complessità di pensiero che nella tradizione danese non può non far pensare a Kierkegaard. Alberto Savinio parlava di una profondità della superficie, ed è quanto possiamo rilevare qui in tutta evidenza: quello che ci viene incontro è un microcosmo quotidiano, spesso domestico, fatto di consuetudini che improvvisamente rivelano una minima deviazione percettiva, un inaudito scarto del pensiero, volti a farci riattraversare l’esperienza da un’angolatura completamente diversa. Il paradosso, in questo poeta, è come un potente vettore conoscitivo, è una sorta di brainframe che incornicia il racconto, la situazione, il dato concreto per mostrarceli in un’ottica nuova e forse più sottilmente inquietante. Si prenda per esempio il testo che compare nella quarta di copertina: nella Città dei Calvi esiste un parrucchiere, che è felice pur di non essere il cappellaio nella città dei senza testa. Paga le tasse col suo lavoro inconsistente, lo fa con piacere, ma il fisco non accetta pagamenti in piacere. Questo personaggio assolutamente paradossale si presenta in sogno al poeta, ne scrive i versi, infine gli taglia i capelli, consentendogli un aspetto decoroso «ancora un po’». Ecco che il confine tra paradosso e allegoria si fa sempre più labile e la cifra allegorica si mostra in tutta la sua pregnante e drammatica attualità, se si pensa che la raccolta è apparsa alla fine della pandemia: ciò di cui si parla, qui e altrove, fino a rappresentare un filone tematico centrale dell’intero libro, è l’impotenza. L’autore agisce su più piani, senza rinunciare a nulla di quanto lo strumentario del linguaggio e della retorica possono mettergli a disposizione: l’escamotage onirico è solo la dimensione conclusiva di un percorso davvero paradossale, volto a rimarcare quanto lo stesso poeta sia, in definitiva, di fronte alle urgenze sociali che occupano i nostri orizzonti, un parrucchiere inutile.

Era inevitabile che una poesia così declinata contenesse, al suo interno, anche una vera e propria meditazione sul tempo. È questo, con buona approssimazione, l’altro fondamentale tema di A metà dell’infinito. È un tempo, quello di Strandby Nielsen, che ora si dilata, ora si contrae fuoriuscendo dal suo binario consueto, quello in cui invano vorremmo addomesticarlo; un tempo del pensiero, che non cessa mai di segnare a fondo queste poesie, costringendo il lettore a capriole concettuali, a rocambolesche fughe in avanti; ma questo, neppure tanto in fondo, è ciò a cui la poesia autentica ci invita.

 

Laus Strandby Nielsen, A metà dell’infinito, versione taliana di Marco Caporali, Gattomerlino 2025, e. 15.00.

 


Qui

il tempo passa

 

per lo più in grigio,

il chiaro e lo scuro

 

confluiscono

in colori di asfalto e scoraggiamento,

 

come colori di terra nella foresta,

e colori del cielo ovunque

 

anche quando il cielo splende

e abbaglia e lampeggia

 

nelle onde, scorre

il grigio come tutto.

 

Il resto del tempo lavora il tempo

con il puro lavoro degli schiavi

 

o con i propri progetti creativi,

al momento non fa differenza,

 

il tempo non ha preferenze.

Il resto del tempo dorme

 

o è insonne, compra, mangia,

si annoia, cerca di pianificare,

 

cerca di ricordare, digerisce, si sente

infinitamente com’è che si dice,

 

un giorno prima dell’altro,

ed entrambi i giorni come tutti gli altri.

 

molto dopo

se stesso.

mercoledì 18 marzo 2026

All'Accademia d'Ungheria per la Giornata mondiale della Poesia

In occasione della tredicesima edizione della rassegna “L’Europa in Versi”, organizzata dall’European Union National Institutes for Culture di Roma, Roberto Deidier sarà ospite dell’Accademia d’Ungheria in Roma, a Palazzo Falconieri, venerdì 20 marzo, alle 18.30, in rappresentanza dell’Italia.

Poeta pluripremiato e autore della raccolta “Quest’anno il lupo fissa negli occhi l’uomo” per Molesini Editore, Deidier affianca alla scrittura poetica un intenso lavoro di curatela e critica: dalle traduzioni di John Keats alle poesie di Sandro Penna per i Meridiani Mondadori, ai volumi di saggistica letteraria.
Alla serata, moderata da Maria Ida Gaeta, parteciperanno 10 tra i più importanti esponenti della poesia contemporanea europea, che leggeranno le loro poesie nelle rispettive lingue.
Un’occasione unica per celebrare nella Giornata mondiale della Poesia il ruolo della scrittura poetica come strumento privilegiato per la promozione del dialogo interculturale e della pace.
L’ingresso è gratuito.
👉 Info:stampa.accademia@mfa.gov.hu

lunedì 9 marzo 2026

AILANTO n. 79 - su Alberto Pellegatta

 



C’è una regione della mente dove le evenienze del nostro vissuto – memorie, aspirazioni, desideri e delusioni, perdite, incontri – si assiepano in una sorta di sospensione, come detriti maldisposti, dopo la piena di un pensiero o di un’emozione, È in questo territorio, così pieno e insieme fragile, nevrotico, che le poesie di Piccola estate prendono vita. Parliamo del nuovo libro di Alberto Pellegatta, un poeta neppure cinquantenne che ha già dato prove di sicuro interesse, specie con l’ultimo Ipotesi di felicità, e che ora approda nella rinata collana di poesia dell’editore Guanda, affidata alle cure sapienti di un lettore attento alle nuove generazioni come Mario Santagostini.

Il libro è suddiviso in sei sequenze di varia misura, dove spesso si alternano versi e prosa, rimarcando così un tratto tipico di quest’autore, che non si lascia costringere nelle griglie di metri predefiniti, preferendo piuttosto – o rischiando – l’implosione del ritmo: in una catabasi che trascina nel profondo sensi e impressioni, immagini e barlumi, storie e più spesso frammenti.  La scelta di una non cantabilità è evidente e credo risponda in pieno a un nervosismo che non è soltanto percettivo, ma anche e soprattutto intuitivo, nel senso che precede la stessa organizzazione del percepito in un flusso che rinuncia a qualsivoglia discorsività. Viene facile, per il lettore bendisposto, rintracciare le incoerenze volute, i cambi repentini, gli scarti mentali incessanti a cui la scrittura di Pellegatta costringe, a volte semplicemente con uno scatto analogico improvviso e straniante, altre volte per sovrapposizione di scatti fotografici del ricordo, altre ancora per deviazioni che più che al corso della sintassi appartengono a quel clima di sospensione sopra accennato: un clima davvero da «piccola estate», da tempo indefinito e indefinibile, nel quale il poeta si trova ormai a suo agio, in una lingua e in uno stile che sono inconfondibilmente suoi; o meglio, è uno spazio-tempo dove le coordinate si intrecciano, si mescolano o forse più semplicemente si perdono nell’indistinto di una non identità, in una dimensione fluida.

Ogni testo, indipendentemente dalla forma che assume (ma i confini in Pellegatta, lettore dei moderni, sono sempre labili, confusi, e non basta certo un banale a capo per poterli definire), sposta incessantemente l’orizzonte d’attesa che il lettore dispone di verso in verso, o di rigo in rigo, anche in virtù di una certa ironia sorniona, sotterranea eppure visibile, che viene da un distacco dalla materia esperita, proprio attraverso la scrittura; la quale, se non pacifica, almeno consente di riportare in superficie quei brandelli di concretezza che solo un dialogo coi morti consente di afferrare nella loro fulminea densità, per poterne prendere definitivamente congedo. Pellegatta è poeta di rapide riappropriazioni di senso come di altrettanto repentine mosse di distacco dalle sue conquiste. In questa oscillazione la sua poesia si sostanzia: «Devo ricordarmi di dimenticarti».

 

Alberto Pellegatta, Piccola estate, Guanda, 2025, e. 16.00

 

Pomeriggio tra Kantor e Auden

 

Non era ancora sera

i prati erano del loro colore

deperito, soprattutto silenziosi

estranei al linguaggio

 

Non ci ritorno

non c’è più spazio in questo autunno

che si rompe in decine di corvi.

 

Esco

dà pioggia

il postino non arriva.

 

Gli anni corrono come convogli.