Con La Rosa Inversa (Sellerio, 2026), nome di un’immaginaria loggia massonica settecentesca, Maria Attanasio torna al romanzo storico, che è la sua dimensione più sentita e felice per quanto riguarda la sua produzione narrativa. Lo è, credo, per una certa consustanzialità, per un’affinità che per gli scrittori siciliani ha inevitabilmente qualcosa di genetico.
Il primo nome che viene in mente è quello di Leonardo Sciascia, quello, per esempio, del Consiglio d’Egitto; lo Sciascia per cui la dialettica tra vero e falso, reale e verosimile poggia su un’illuministica volontà di riportare le fonti documentarie alla loro autentica sostanza, spesso minandone l’attendibilità. Non è casuale questo richiamo al documento, perché nella Rosa Inversa assume un ruolo centrale nella struttura e nella costruzione narrativa: una lunga appendice, che fa seguito al romanzo vero e proprio, ci illustra questa centralità nel dettaglio, ce la contestualizza, insieme al vasto corpo di citazioni, dirette e indirette, che anima queste pagine. Le quali, a questo punto, si assestano come un sistema, dove i diversi gradi di letterarietà (fonti, citazioni, narrazioni primarie e secondarie) congiurano tutte insieme per allestire una efficacissima allegoria, che è quella del Potere: il potere reazionario nel secolo dei Lumi, il potere ben più occulto e ambiguo del nostro presente.
La lezione di Sciascia e dei suoi maestri, quelli del «secolo educatore» (Diderot) è stata non solo assimilata ma rivitalizzata. Rispetto a Sciascia, però, si coglie nella Rosa Inversa una complessità di struttura che fa piuttosto pensare alle «cattedrali di carta» erette dalle nostre maggiori romanziere: la Morante di Menzogna e sortilegio, l’Ortese del Cardillo addolorato. Dunque, La Rosa Inversa si inscrive pienamente in una tradizione ampia ma riconoscibile, che ha al fondo una spinta immaginifica ma anche critica molto forte, à la Voltaire; insomma, ciò che traspare neppure troppo in filigrana è un pensiero utopistico, se la critica è sempre il fondamento di un miglioramento sociale. L’opera che viene dapprima allusa, poi esplicitamente citata nel romanzo è L’an 2440 di Luis-Sébastien Mercier, colui che nella storia dell’utopia ha introdotto l’u-cronia, di fatto fondando la fantascienza. Di questo autore, negletto al potere al punto di meritarsi l’esilio, è rievocata la pièce L’indigente, che fu effettivamente messa in scena a Caltagirone, città natale dell’autrice e teatro primario degli eventi raccontati.
Proprio il toponimo ci spinge ad alcune prime considerazioni sulla Rosa Inversa. Quando parliamo di romanzo storico in effetti di cosa stiamo parlando? L’oggetto, a prima vista identificabile, può risultare invece sfuggente. C’è il romanzo completamente d’invenzione ambientato nel passato; c’è quello in cui si mescolano personaggi storici e personaggi di finzione; c’è quello in cui personaggi storici compiono azioni o gesta inventate; infine, quello in cui sono coerenti con il ritratto che la storiografia ci ha consegnato (è la specie che più si avvicina alla biografia, anche in forma romanzata appunto). La Rosa Inversa appartiene alla seconda specie.
Tutto il romanzo – l’autrice lo ribadisce dentro e fuori lo spazio narrativo – è l’esito di una «finzione letteraria»: finzione, credo, nel significato etimologico proprio di «racconto». Per questo Caltagirone diventa Calacte, in un curioso scambio delle parti con la fonte documentaria, dal cui rinvenimento prende avvio l’intreccio; è ciò che Attanasio definisce «pre-testo», anche qui non senza una certa ambiguità semantica, se è vero che quell’opuscolo, contenente la Relazione sull’enorme delitto, compiuto nella città calatina nel venerdì santo del 1790, fu per lei, già in anni lontani, il primo stimolo, la prima ispirazione che nel lungo tempo avrebbe portato alla stesura di questo romanzo.
La Relazione è un testo esistente nella realtà ma falso nel suo contenuto, ispirato a una trita propaganda antilluministica e antimassonica. Caltagirone, spiega Attanasio, vi è presente forse per un motivo esotico, dal momento che l’opuscolo fu stampato tra la lontanissima Bologna e la più vicina ma reazionaria Napoli, ma intanto è la scena di un omicidio sacrilego, che sarebbe stato compiuto ai danni di un ignoto predicatore domenicano. Altrettanto ignoti sono gli altri attori del dramma, che già da questo induce a molti dubbi sull’autenticità dei fatti rievocati. A fugare ogni perplessità residua, poi, è la quinta della chiesa di San. Fernando, dove sarebbe accaduto il delitto: un edificio sacro inesistente in città, ciò che provoca la definitiva smentita.
Se spesso il romanzo storico ricorre allo stratagemma del manoscritto ritrovato, qui ci troviamo di fronte a un «pre-testo» reale ma falso rappresentato da un testo a stampa ritrovato nella biblioteca di Caltagirone, che narra un episodio costruito ad arte a scopo propagandistico. Su questa fonte esistente dal contenuto inventato Attanasio edifica il suo romanzo, restituendo al toponimo un’aura di inventività, pur mantenendolo riconoscibile: Caltagirone si tramuta nella Calacte della finzione letteraria. Una finzione nella finzione, una volta che il personaggio del cavalier Flerez ne attesta l’inautenticità; ma proprio la vicenda di questo erudito, antisabaudo e reazionario ormai fuori tempo massimo, porterà invece al ritrovamento del manoscritto, riprendendo così il tòpos narrativo più consueto. Si tratta proprio della Rosa Inversa, il diario di Ruggero Henares, il protagonista, insieme a Cagliostro, dell’intero romanzo. Così la finzione arriva ad attestarsi a un terzo grado e l’espediente del manoscritto ritrovato fa partire un’operazione importantissima. L’autrice, infatti, non sceglie di inventare il journal intime di Ruggero, il suo diario giocoforza in prima persona, nel quale sono raccontate le vicende che portarono al costituirsi della loggia; fa sì che lo stesso Flerez (al quale si deve il rinvenimento di una stanza segreta dove era rimasto intatto il diario, insieme ad altri libri “proibiti” dei philosophes), per «contiguità morale» della sua analisi storica, per il «severo vaglio interpretativo» e soprattutto perché «è la parola che dà nome e chiama all’esistenza» (e qui si avverte l’Attanasio poeta) riscriva.
La scelta quindi della ri-scrittura al posto della scrittura di un documento d’invenzione è decisamente antinaturalistica; ed è proprio su questo piano che l’autrice può anzitutto concedersi una libertà, sia inventiva che critica, altrimenti poco praticabile; soprattutto per questa via può far agire l’energia pervasiva dell’allegoria del Potere. Come la Storia si è piegata al Potere, così essa, nella finzione letteraria, può piegarsi all’allegoria, nella sua forma critica, e aiutarci a leggere non solo il passato, ma soprattutto il presente che stiamo vivendo in un’ottica di consapevolezza vigile. È questo il seme più profondo della luce settecentesca che si propaga nelle pagine della Rosa Inversa.
Allora, accanto a Sciascia, l’altro nome che non può non sovvenire è quello di Italo Calvino: il Calvino del Barone rampante, certo, ma anche quello più ironico e sottile delle Cosmicomiche o quello del travestimento lirico delle Città invisibili. Alle quali, peraltro, potremmo ascrivere anche la Calacte di Maria Attanasio, nella sua duplice natura di città del fermento e città della reazione.



