La linea spezzata è il titolo del nuovo libro di versi di Fabrizio Lombardo, classe 1968. Lo pubblica Donzelli, nella collana che ha accolto altre voci della stessa generazione, come Vezzali o Mazzoni, contribuendo così a disegnare una mappa più attendibile della poesia che ha iniziato ad affacciarsi nel corso degli anni Novanta. Lombardo è autore di area emiliana: a Bologna anima, con altri sodali, la rivista «Versodove», una delle realtà più longeve nel suo settore, un punto di riferimento sia per la poesia che per la narrativa e la riflessione critica. Del suo repertorio, che comprende ormai ben sei raccolte, ho conosciuto gli avvii, fermandomi a Carte del cielo del 1999. Il ricordo era quello di un estremo rigore, di dettato e di stile, di ricerca di un’esattezza che al di là certe immagini e suggestioni potesse approdare a una ricercata determinazione della parola e del verso. Autore quindi controllatissimo, Lombardo esibiva un progetto poetico di grande coerenza interna, apparendo come un poeta dotato di un cospicuo bagaglio iniziale, alla stregua di maestri come Raboni, o più recentemente di Santagostini. Voglio solo suggerire una fisionomia, un’identità precocemente formatasi, poiché Lombardo condivide con i poeti di area milanese solo la propensione a una certa narratività, che finisce poi per condensarsi in istanti di consapevolezza, in rapide epifanie.
In questo senso potremmo apparentare molte di queste brevi poesie a un titolo raboniano come Barlumi di storia, perché di questo si tratta. La linea spezzata di cui si parla in queste pagine è quella di una vita destinata a una frattura, ed è una vita apparentemente declinata al singolare, ma in realtà collettiva. La storia a cui si allude è quella degli anni di piombo; la linea del tempo, che si cerca di rievocare, è spezzata oppure «obliqua», come suggerisce la citazione di partenza da Italo Calvino, ovvero una linea che si perde «in fondo all’opaco», lì dove l’ombra della memoria confonde il vissuto e il suo richiamo, il passato e i bilanci che possiamo trarne. Lombardo si mostra in questo come un soggetto coraggioso, pronto a fare i conti con una stagione socialmente importante, con forme di impegno talvolta estremistiche, densa di grumi che restano ancora da sciogliere. La sua poesia va nella direzione di un necessario decantarsi: la pulsione che l’anima, e la passione che si traduce nel ritmo, a un certo punto subiscono il ralenti di una coscienza che, mentre si riappropria di tutto il dolore di quella stagione, nello stesso tempo intende esorcizzarlo, sul piano famigliare come su quello più generale.
È un libro, questo, fortemente assertivo. Sarebbe sufficiente uno sguardo alle chiuse, che fanno intravedere la concentrazione di quel dolore, forse indispensabile come pure la ricerca di vie di fuga: penso soprattutto alla sezione centrale, (Exit Music), o ad Atlante dei giorni: il respiro che si fa notte, la porta che si è chiusa, il non voler tornare indietro una seconda volta, l’attenzione a ogni singolo passo, per non cadere di nuovo, e tutto questo che si fa «scoria che non resiste al tempo». In Inventario dei nomi dimenticati la rima tra Storia (rigorosamente con la maiuscola) e memoria appare come il motore propulsivo dell’intero libro, come l’autentico collante tra le varie sezioni; il cui disegno, alla fine, appare come un tracciato compatto, sebbene la luce che si affaccia sulla storia riesca solo a illuminarne pochi, irrinunciabili frantumi.
Fabrizio Lombardo, La linea spezzata, Donzelli 2026, e. 15.00.
Anche quest’anno il giardino ha cambiato colore, le foglie
dell’acero, cadute, formano un cerchio rosso. Ci passiamo
accanto nel primo giorno dell’anno e proviamo a leggerne
le sfumature come fondi del tè, per interpretare
la vita che ci aspetta. La porzione di dolore
da ingoiare, la posologia che non trova misura.
Fatti da parte, lascia che il vento cambi la forma
del testo, che scombini il prato, prima del gelo.





