lunedì 28 giugno 2021

AILANTO n. 62 - su Milo De Angelis

 



Misurare il tempo vuol dire conoscerlo veramente? Saperne la direzione inesorabile rappresenta già un esorcismo contro la morte? In Linea intera, linea spezzata, il suo ultimo libro edito nello Specchio mondadoriano, Milo De Angelis converte le immagini tradizionali del tempo come vettore in una dimensione di silenzio e di annullamento; le stesse categorie di “intero” e di “spezzato” sembrano messe in discussione, in una sorta di geometria esistenziale a cui manca inevitabilmente un punto di origine, la prospettiva in cui incorniciare la presenza di un trauma e di un dolore, che aleggiano sul quotidiano senza il peso concreto della loro genesi, ma pervadendo ogni cosa. È così che il «tutto» (il termine forse a maggiore ricorrenza nella raccolta), il “grande tutto” di matrice biblica può tramutarsi nel «grande niente» che emerge da questo scavo notturno del soggetto nelle sue peregrinazioni ad ora insolita, mettendolo ancora una volta di fronte alla grande antagonista. 

Se le cose stessero semplicemente così, ci saremmo imbattuti in una dichiarazione di explicit, di cupio dissolvi in un tempo anagrafico segnato dalla stanchezza; eppure quella stessa stanchezza, che è il risultato di un lungo confronto agonistico, più che alla discesa verso la morte lascia pensare a una sconfitta, a un arrendersi all’assenza di quel punto originario che più si mette a fuoco e più si sottrae, consumando energie vitali, indispensabili, e insieme nutrendo di senso tutto l’arco di un’esistenza, dalle memorie adolescenziali fino agli eventi più prossimi. La spinta del ricordo nutre tutte queste nuove poesie di De Angelis, che recano la chiara matrice mnestica di una rievocazione di ombre; ma queste non appaiono in un possibile catalogo di destini, piuttosto intervengono a definire l’identità stessa del soggetto che le ha richiamate da un passato indistinto, che solo qualche dettaglio minimale può – e non sempre – aiutarci a riconoscere.

Tra l’«oceano dell’infanzia» e il «cimitero della tua stanza» si stende tutta questa palude autobiografica, senza un confine preciso, «tra un nulla e l’altro nulla»; ciò che rende anche il presente un teatro di spettri e miraggi, dove in uno scenario urbano e suburbano perfettamente coerente con i paesaggi a cui De Angelis ha abituato i suoi lettori, la notte diviene la quinta necessaria al manifestarsi di ombre e memorie, consentendo pericolosamente al silenzio di dilatarsi fino a invadere il margine stesso di dicibilità della parola, il suo scolpire la sconfitta. Ne trapela, qui e là, un sentimento di vergogna, che si assimila, in sede di poetica, a quel tipico procedere per baluginii e frammenti che da sempre segna la scrittura di questo poeta, ancora saldamente collocato in quel solco della modernità dove la visione del tutto diventa accecamento, ferita: «L’intero ti fa sanguinare». Così, nel culmine di questo vagare notturno, di questo viaggio senza meta, appare un’ombra non così singolare tra quelle che compongono la costellazione di autori a cui De Angelis ama riferirsi: quella di Gottfried Benn, a ricordarci il sussurro di «una parola / prossima al nulla».

 

Milo De Angelis, Linea intera, linea spezzata, Mondadori 2021, e. 16.00

 


Bon dodo

 

Bon dodo, bon dodo, bon dodo, ti dicevano

alle nove di sera ma non potevi

dormire e troppo forte risuonavano le campane

nel cimitero della tua stanza e tu hai imparato subito

che i morti non restano fermi, entrano nel sonno

di ogni bambino oh quanta terra sparsa sul cuscino

quanti baci di puro spavento, quanta neve

sulle lenzuola, quante volte

si accartoccia l’albero del noce, quante volte.

venerdì 19 marzo 2021

AILANTO n. 61 - su Mariella Bettarini

 




Che certa poesia italiana abbia una predilezione per l’haiku è ormai un fait accompli. Esistono anche premi, in questo senso, sponsorizzati dall’ambasciata giapponese; si pubblicano antologie, si organizzano rassegne. Anche autori di fama ne hanno scritti, talora cimentandosi in forme più tradizionali, diciamo ortodosse (ma si ricordi che l’haiku italiano è una forma molto addomesticata dell’originale): per esempio Margherita Guidacci. Ora un altro poeta di area fiorentina, Mariella Bettarini (che qui propongo in un bel ritratto fotografico di Dino Ignani), congeda un piccolo, denso libro di haiku, ma portando nella scrittura alcune novità sostanziali. Bettarini, infatti, affronta l'haiku reinventandone dall’interno la struttura, che pur restando quella canonica dei tre versi di cinque, sette, e ancora cinque sillabe, in realtà si distende in una sorta di dialogo simpatetico con il lettore. Assistiamo a un ampliamento discorsivo, a un consegnarsi della parola non solo di verso in verso, ma anche e soprattutto di movimento in movimento. Gli haiku di Bettarini seguono precisi percorsi tematici suggeriti dall’ordine alfabetico, così la raccolta viene a configurarsi come un vero e proprio libro, un macrotesto con un suo ordine dove nulla può essere spostato o sottratto; ogni lettera è scandita in cinque movimenti interni, ciascuno corrispondente a un haiku. Non può non venire in mente, dietro la grazia e la leggerezza del dettato, l’idea di una decisa sperimentazione,  di un progetto coerentemente perseguito, come nel caso dell’Ipersonetto di Andrea Zanzotto. Una sorta di iper-haiku è quanto Bettarini ci offre di tappa in tappa, dalla “a” di Animali alla “z” di Zenith. Ho parlato di leggerezza, ma in realtà – questo è sempre il miracolo della poesia – l’autrice insegue massimi sistemi, valori assoluti. Di lettera in lettera ridisegna una sua personale, ma quanto comunicante assiologia; la volontà di rivolgersi al lettore, coinvolgendolo, è continua e sempre attestata dalle incessanti domande, dal fraseggio locutivo, che perviene infine a un’assertività quieta, a una specie di distaccata saggezza lungamente conquistata negli anni. In questo senso questi Haiku alfabetici, che inaugurano la collana di poesia della nuova casa editrice Il ramo e la foglia, diventano quasi un viatico: «accogliamo ogni inizio / felicemente», scrive Bettarini, invitandoci con ciò a recuperare anche dalle macerie del vissuto le certezze che il tempo ancora può consegnarci. Con la grazia del gioco linguistico, segnato a fondo da assonanze, richiami interni di ogni genere, omofonie, figure etimologiche vere o false, arcaismi, quindi giostrando abilmente la retorica del linguaggio poetico, l’autrice ci “accoglie” (altro termine importante del libro) tra le sue riflessioni, i suoi ricordi e i suoi bilanci; si distacca così dalla tradizione della forma, evitando quadretti e bozzetti legati alle stagioni e ammonendoci carezzevolmente, da questo «perso / groviglio, nuovo, di gridi antichi», come recita l’epigrafe da Pasolini, che «quel che / conta è donare».

 

Mariella Bettarini, Haiku alfabetici, disegni di Graziano Dei, postfazione di Annamaria Vanalesti, Il ramo e la foglia 2021, e. 12,00.

 

L > Luce

 

Illuminante

luce che illumini

tu luminosa

 

Viva lucente

tu che il buio allontani

fammi tu luce

 

Ti dico grazie

per quello che ci doni:

luce – sì – luce

 

Se tu non fossi

come faremmo – oscuri

cuori oscurati?

 

E invece vivi

vivacemente vivi

di vita fonte

 

  

domenica 7 marzo 2021

AILANTO n. 60 - su Adam Zagajewski

 





Non è facile tracciare criticamente in poche righe un percorso espressivo ampio, come è quello di Adam Zagajewski. Già esponente di punta all’interno di «Nowa Fala», il movimento che rinnovò profondamente la poesia polacca tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, e di cui fecero parte altri poeti del calibro di Krzysztof Karasek e Ryszarsd Krynicki, Zagajewski si impose fin da subito per la straordinaria coerenza nella ricerca della contemporaneità a scapito della poeticità. «Vogliamo essere contemporanei, non poetici»: questo assunto fece di quel gruppo qualcosa di estremamente aderente al suo nome, che non a caso significa «nuova ondata». Negli anni Zagajewski ha conosciuto più territori e più mondi, fino a raggiungere il lettore di casa nostra con una bella antologia adelphiana del 2012; ma oggi, anche se a notevole distanza di tempo, possiamo disporre di una nuova e più ampia antologia, affidata alle cure di Marco Bruno, che per lo Specchio mondadoriano firma anche le efficaci traduzioni di Guarire dal silenzio. Il volume si costruisce intelligentemente a ritroso, partendo da una buona selezione delle ultime prove poetiche dell’autore, per giungere fino ai più antichi Negozi di carne, del 1975, e Comunicato, del 1972, il testo che fece conoscere Zagajewski e lo consacrò fra le promesse certe della poesia polacca e non solo. Dunque l’operazione è doppiamente meritoria, perché se da una parte ci consente di tornare a leggere un poeta di assoluto valore, dall’altra ne ricostruisce la fisionomia nel tempo, lasciando scandire le tappe della ricerca poetica di libro in libro, fino alle origini. Distesa così, la scrittura di Zagajewski si mostra non solo nelle sue progressive acquisizioni, ma anche in una humanitas spesso perduta e ritrovata per via lirica: si avverte immediatamente che intorno a questi versi gravita un mondo di presenze e di assenze, di incontri e di lutti, di memorie che si sovrappongono alla poesia stessa ricordandoci il flusso autentico della vita ordinaria, quella in cui torniamo a noi stessi, e «anche allora si può vivere». Si comprende così come l’idea di contemporaneo si sia progressivamente assestata intorno a un nucleo di quotidianità e affettività, senza mai perdere di vista, sullo sfondo, l’orizzonte spesso tragico della Storia. Basta appena un toponimo, un minimo richiamo, e la vicenda privata si estende a dismisura con un effetto di insolita e quasi straniante amplificazione fino a coinvolgere il lettore in un orizzonte imprevisto, la cui domesticità diventa nell’immediato accoglienza e coinvolgimento. In Zagajewski il dolore personale e il dolore della Storia procedono di pari passo, si intersecano anche in alcuni momenti della vicenda biografica, e la sua poesia ne riflette i movimenti più intimi e remoti, chiamandoci a parteciparvi e a non dimenticare.

 

Adam Zagajewski, Guarire dal silenzio, a cura di Marco Bruno, Mondadori, pp. 298, e. 22.

 

 

Charlie dichiarò una volta a New York

saremo amici – e fummo amici

per trent’anni.

 

L’amicizia è immortale e non ha bisogno

di molte parole. È paziente e serena.

L’amicizia è la prosa dell’amore.


mercoledì 28 ottobre 2020

AILANTO n. 59 - su Paolo Ruffilli

 








A distanza di sei anni da Variazioni sul tema, apparso da Aragno, Paolo Ruffilli ha congedato un nuovo libro, Le cose del mondo, per lo Specchio Mondadori. In realtà, come l’autore ci avverte nella premessa, questa impresa affonda in un tempo piuttosto remoto, originandosi da un antico progetto risalente agli anni Settanta. Piace quindi pensare che Le cose del mondo scorra in parallelo ai maggiori titoli di Ruffilli, da Piccola colazione a Camera oscura, da La gioia e il lutto ad Affari di cuore, di fatto accompagnando, nella speciale coerenza espressiva che da sempre caratterizza questo poeta, il farsi di un’opera ormai vasta, di cui, con ogni probabilità, rappresenta se non la summa certamente l’approdo.

Forse per la prima volta, infatti, Ruffilli consegna ai suoi lettori un volume quantitativamente ampio, scandito in sei sezioni riunite in un percorso non privo di una sua progressività discorsiva. La tentazione di considerare queste pagine alla stregua di un’impresa unitaria, al di là delle indicazioni date dal poeta, è dunque forte ed è suffragata dalla filigrana di un disegno, di un percorso intorno alle «cose del mondo», come recita il titolo, che si sviluppa da una precisa prospettiva: quella di chi si volge a smuovere il luogo comune custodito nell’identità della lingua, attraverso l’agilità delle sue rime suasive, che sembrano calare con la studiata casualità dell’ironia, del paradosso, infine della malinconia.

Non a caso il libro prende avvio con una serie di testi dedicati al tema del viaggio, e si comprende presto che si tratta di un viaggio anche e soprattutto metaforico nella densità della natura umana, del suo rapporto con le cose che la circondano, con l’altro-da-sé che ne cattura contraddittoriamente i sentimenti, infine nella lingua stessa, ovvero nello strumento primario di affermazione del proprio esser-ci. Con la pensosa, non insolita leggerezza che ormai lo segna - tratto sempre più raro nella nostra poesia -, Ruffilli affronta i massimi sistemi della nostra quotidianità, ne sviscera le intime tensioni, ne smaschera i riverberi su tutti i nostri sensi. E se la posizione tipica dell’osservatore è quella della stasi, la mente si mantiene mobilissima, cogliendo nella necessaria distanza della messa a fuoco il movimento altrui, fino a colpire nel segno, ovvero mettendo a nudo la stessa realtà, si chiami vita o destino.

 

Paolo Ruffilli, Le cose del mondo, Mondadori, pp. 206, e. 20.

 

Il vento della vita


Oltre l’evidenza che segna nel distacco

e fuori dall’abbaglio che ruba luce

nascondendo agli occhi il fondo,

dentro il sistema di molteplici raccordi

passaggi, corridoi, varchi e porte

l’enigma si disvela nel linguaggio:

le cose vive hanno radici lunghe

che pescano sempre nelle cose morte.

Ciò che rinasce puro si trasforma,

prolungandosi, nella speranza del futuro

ed ecco che di colpo il vento della vita

soffia infilandosi da vagabondo

in giro dappertutto per il mondo.

martedì 6 ottobre 2020

«Radici e cirri», il nuovo libro di Carlo Procope






Le edizioni La Vita felice pubblicano il nuovo libro di poesie di Carlo Procope, con una mia prefazione che qui posto, augurando a quest'uscita l'attenzione che merita:


Questo nuovo libro in versi di Carlo Procope costringe il lettore, già dal titolo, a un doppio movimento dello sguardo. Se Radici e cirri da una parte racchiude in una linea metaforica un piccolo mondo di affetti e turbamenti, perlopiù connessi a dinamiche di assenza e presenza, dall’altra disegna una geografia ampia, che affonda en bas verso i moti tellurici, inquietanti, dei paesi dove vive questo poeta, nella zona flegrea, facendoci così comprendere la legittimità della metafora, se è vero che ogni rapporto con la nostra origine trascina con sé, inevitabilmente, detriti e perle nello stesso tempo. Se poi, da questa prospettiva su un Ade geologico e privato l’osservatorio si sposta en haut, allora saremo invitati verso un cielo vagamente capriccioso, che cede la propria serenità o che macchia la propria uniformità facendosi attraversare da nuvole esili e trasparenti, ad alte quote, come a toccarci solo un poco, da quella dimensione di lontananza dove nulla può davvero inficiare i nostri destini.

Eppure quella lontananza assume non più i tratti di un dato puramente spaziale, ma viene a rappresentare l’altro vettore sul cui asse si muovono le poesie di Carlo Procope: il tempo, che trascina con sé brevi nostalgie o fragili malinconie, memorie assiepate che solo per virtù della scrittura ritrovano, in queste pagine, un loro ordine sentimentale e una loro funzione. Non è un caso che il primo testo a venirci incontro, ad apertura di libro, sia sintomaticamente intitolato Infanzia, come a ristabilire una cronologia non brutalmente anagrafica, ma segnata da inevitabili priorità, da accensioni necessarie come da rimozioni impreviste; sempre, però, in vista di un possibile straniamento, di una vera e propria sorpresa, di uno spiazzamento dell’attesa. «Allontanarsi con i compagni / da tutte le case, / scendere nella ripida selva di un cratere / e scoprire sul fondo / prati, distese di mele», scrive Procope, davvero invitandoci in un Ade solo apparentemente tenebroso, stereotipato, eppure in grado di smuovere un’improvvisa felicità, un’insospettabile dolcezza.

Il lettore non fatica a riconoscere fin da subito una chiara memoria dantesca, e forse è questo il referente più immediato, ma quanto complesso, di queste poesie. Solo accettando di addentrarsi nella selva ci è dato di rimettere in discussione i nostri orizzonti, di sottoporre a una crisi le nostre certezze, affinché possano nutrirsi di nuova materia e di nuove speranze; da quella crisi, insomma, nasce un percorso di critica e di analisi, di serrato confronto con le nostre ombre, che altro non sono che proiezioni del nostro bisogno primario di ristabilire coordinate precise, un hic e un nunc da cui finalmente sciogliere e riavviare i nostri percorsi. Non importa a quale altezza della nostra vita si presenti una tale opportunità, se al termine della gioventù, «nel mezzo del cammin», o nel pieno della maturità; e neppure importa se questa descensus ad inferos si verifichi una volta soltanto, o si ripeta altrove e in altre stagioni. La selva è sempre e comunque «ripida», come ammette il poeta o il fanciullo che per lui mette in scena una mnestica serenamente spietata. Ecco perché, nei versi che seguono, siamo ammoniti a non fare «strade / per i Fondi di Baia», essendo stretta la porta del Paradiso.

Quel Paradiso non si trova soltanto al di sopra dei cirri. È, soprattutto e ancora una volta, una dimensione della memoria. La vera «tragedia dell’infanzia», per riprendere un titolo di Savinio, è qui differita nell’assenza, ed è la grande assenza che riassume in sé ogni possibile mancanza: «Dopo la notizia della tua morte / la terra in mezzo ai piedi s’è spaccata, / avevo le mani sul viso piangente / e mi sono sentito come Adamo cacciato». Sono versi tratti dalla sezione delle Poesie alla madre, la più tenera e sentita di questo libro; ma in verità lo scenario di ciascuna di queste suite è sempre abitato da una tenerezza lucida, e in questa si esercita la spietatezza del puer che si affaccia sul senex per rammemorare, per raccontare un tempo ormai imprendibile e che infine si dilegua nel flusso stesso di quei ricordi, di quelle rimembranze colme di affetti mantenuti intatti nel divenire stesso delle emozioni. Procope sa bene che la metamorfosi è un fatto irreversibile, proprio come lo scorrere del tempo nella realtà dei giorni, ma sa anche, da poeta, che è potere della poesia sconvolgere ogni assetto esistenziale e cronologico, per ristabilire una propria gerarchia affettiva. Solo così è possibile raccogliere l’invito a lasciar tutto «com’è/ da tempi remoti», a cominciare proprio da quel cratere che segnò, una volta per sempre, i confini di un Eden terrestre e inatteso.

Ogni passo, nella memoria, si presenta all’insegna della difficoltà o dell’impotenza. La selva è «ripida», può accadere di imbattersi nel Lupone, la casetta è «irraggiungibile», le vigne sono «chiuse», il sentiero è «ombroso / avvolto dall’erbe e dai rovi». Ci troviamo davvero sul limitare della «selva oscura», o in prossimità di quel bosco su cui comincia a scendere la neve, nella sera di dicembre cantata in una celebre poesia di Robert Frost, un autore che mi piace qui accostare a Procope per il nitore delle immagini e per il rigore con cui conduce i propri stati d’animo verso una significazione assoluta. E come in quella poesia ci sono ancora tante miglia da percorrere, prima di giungere a destinazione, così nei versi che compongono questo libro si ha sempre la sensazione di trovarsi in prossimità di un baratro, di dover affrontare un’incompiutezza, ed è ciò che la poesia stessa ci chiede di risolvere in quanto movimento del ri-conoscere, corrente affettiva e mitografia personale, ponendoci ancora davanti alle nostre instabilità, alla nostra incapacità di chiudere il cerchio del nostro divenire, finalmente accettandolo.

Ogni stato di impotenza coincide con l’attesa del desiderio, ed è quanto accade anche in questi versi. L’assenza occupa uno spazio psicologico nella cui dimensione il passato, che nella realtà non esiste più, riemerge non come rimosso ma come perdita, come discontinuità. Insomma, queste poesie tracciano inevitabilmente i confini di un prima e di un dopo; e se la discontinuità è senso della differenza, il cambiamento è subito avvertito all’insegna del negativo, come vuoto e come mancanza, che pervadono di sé un presente inesorabile. «Sono quel che sono», scrive Procope con disarmante sincerità, ma il sogno, lì dove si affaccia una felicità remota incarnata nel mito, è abitato da un «dolore antico».

Viene da chiedersi, allora, se quella discontinuità rappresenti davvero una frattura – esistenziale, percettiva – o sia piuttosto la presa di coscienza di uno stato che penetra, ancor prima che nei recessi dell’inconscio, nella genetica della specie, ripercorrendola à rebours, fino al nodo mai sciolto del confronto con la propria origine. Riecheggia qui la stessa condizione adombrata da Baudelaire in una delle sue poesie più dense e misteriose, La vie antérieure(qui un’«originaria vita celeste») dove un eden granitico, affacciato sui tramonti marini, è attraversato da un «languore segreto», da un dolore ineffabile che occuperà l’umano fuori e dentro la Storia. Se il desiderio provoca il mito come suo riflesso immediato, il disincanto è alle porte: «l’anima s’è ritirata / come Euridice nell’antro / e come lei s’è persa nell’Ade / nell’Ade di tutti i giorni». 

Così, nel silenzio che vige nell’oltretomba, si spegne la voce del desiderio, finché, come ci ammonisce Leopardi, una nuova voce non si farà sentire per spegnersi ancora. Euridice, che torna in queste pagine dal mito come dai versi memorabili di Rilke (si pensi, ad esempio, all’incipit di Coppia: «Era un pomeriggio d’estate. / Nella penombra riposavano sul letto / nudi e placati» e lo si confronti con quello di Orfeo, Euridice, Hermes nella versione di Pintor: «Era l’ardua miniera delle anime. / Correvano nel buio come vene / d’argento, silenziose») è l’ipostasi di ogni desiderio costretto a negarsi. Eppure in questo ennesimo cerchio della mente sembra non esserci più spazio per il tragico: Procope è poeta di un tempo che viene dopo il moderno, e il moderno ha annullato, per precisione ed eccesso di visione, ogni possibilità che il mito ancora aveva di farci affacciare sul baratro dell’irreversibile. Il dolore si è fatto più sottile, e sottilmente ci addestra nelle nostre giornate.




martedì 18 agosto 2020

Per Maurizio Marotta

 



Sopra un comò nella casa più amata, nella stanza che ho sempre sentito come il mio solo vero territorio e dove ho scritto quasi tutto quello che ho scritto, c’è una piccola cornice dorata, che mi fu donata tanti anni fa da Anna Cascella. Non resterà ancora per molto, lì sopra; la casa è stata venduta senza che io fossi in alcun modo coinvolto. Chi era convinto di esserne il solo proprietario, ha deciso anche per me, rimuovendo i miei sentimenti e la mia presenza. In quella cornice c’è una vecchia fotografia, che risale al settembre del 1992: vi sono ritratti il poeta Maurizio Marotta e sua moglie Francesca, allora fidanzati. Non l’ho mai spostata da lì. Ogni volta che nel cuore dell’estate rientravo in quella casa, era come se Maurizio e Francesca mi dessero il bentornato, come se fossero lì ad accogliermi. Era un segno di continuità, un punto fermo. Sorridono entrambi.

Ero stato io a scattare quella foto, eravamo a Pozzuoli. Avevo conosciuto Maurizio solo pochi mesi prima, a Macerata, in un incontro sulla nuova poesia italiana, organizzato da amici che poi avrebbero dato vita alla casa editrice Quodlibet, una delle poche vere realtà del nostro panorama culturale. L’ingresso di Maurizio nella mia vita ruppe un senso di isolamento, di povertà generazionale che sentivo già allora. L’hanno chiamata la “generazione invisibile”, la mia. Eravamo pochi, in effetti, pubblicavamo poco e con difficoltà, quasi alla macchia. Maurizio divenne in breve tempo una delle rare, continue presenze affettive per me. Il nostro rapporto fu segnato fin dal principio da un’economia che potrebbe apparire incomprensibile per chi è abituato alla fluvialità degli affetti meridionali, alla loro teatralità; una teatralità che, schivi come eravamo, non potevamo che trasformare in ironia, ovvero in una specie del distacco. Non avevamo bisogno di molte parole e neppure di tanti incontri; a volte passavano anni senza riuscire a vedersi, ma era sempre come se ci fossimo salutati il giorno avanti. Anche le nostre lunghe telefonate erano scandite da quell’ironia, avevamo bisogno di quella distanza per poi esorcizzarla. Gli accadeva lo stesso con gli altri amici più cari e di più vecchia data di me, come Gaetano Bevilacqua e Giuseppe Grattacaso, con cui mi sarei ritrovato a condividere altrettanta amicizia e nello stesso modo. Sono loro, con le sue poesie, il lascito di Maurizio per me, ora che non c’è più e i ricordi si sovrappongono alla rinfusa, consegnandomi una malinconia a stento gestibile. Ma si può davvero gestire, la malinconia? Si può davvero frenare il dolore di un’assenza improvvisa? Sono tutti bei ricordi, non c’erano ombre tra due persone schiette. Forse nelle pause e nei silenzi ci siamo detti anche quanto poteva segnare un’altra distanza, tra me e lui, ma era un luogo neutro, qualcosa che avremmo saputo colmare, sempre e comunque. Anche adesso, che non potrò più abbracciarlo.

Sul camino di quella stessa casa c'è una piccola melagrana intagliata, rinsecchita dal tempo. È il frutto di Persefone. C'è anche un manufatto di terracotta, che serve per le costruzioni: si chiama "il vuoto che sostiene". Sono antichi doni di Maurizio, forse il suo passaporto per dov'è ora, oggetti magici per continuare a parlarci.