C’è una regione della mente dove le evenienze del nostro vissuto – memorie, aspirazioni, desideri e delusioni, perdite, incontri – si assiepano in una sorta di sospensione, come detriti maldisposti, dopo la piena di un pensiero o di un’emozione, È in questo territorio, così pieno e insieme fragile, nevrotico, che le poesie di Piccola estate prendono vita. Parliamo del nuovo libro di Alberto Pellegatta, un poeta neppure cinquantenne che ha già dato prove di sicuro interesse, specie con l’ultimo Ipotesi di felicità, e che ora approda nella rinata collana di poesia dell’editore Guanda, affidata alle cure sapienti di un lettore attento alle nuove generazioni come Mario Santagostini.
Il libro è suddiviso in sei sequenze di varia misura, dove spesso si alternano versi e prosa, rimarcando così un tratto tipico di quest’autore, che non si lascia costringere nelle griglie di metri predefiniti, preferendo piuttosto – o rischiando – l’implosione del ritmo: in una catabasi che trascina nel profondo sensi e impressioni, immagini e barlumi, storie e più spesso frammenti. La scelta di una non cantabilità è evidente e credo risponda in pieno a un nervosismo che non è soltanto percettivo, ma anche e soprattutto intuitivo, nel senso che precede la stessa organizzazione del percepito in un flusso che rinuncia a qualsivoglia discorsività. Viene facile, per il lettore bendisposto, rintracciare le incoerenze volute, i cambi repentini, gli scarti mentali incessanti a cui la scrittura di Pellegatta costringe, a volte semplicemente con uno scatto analogico improvviso e straniante, altre volte per sovrapposizione di scatti fotografici del ricordo, altre ancora per deviazioni che più che al corso della sintassi appartengono a quel clima di sospensione sopra accennato: un clima davvero da «piccola estate», da tempo indefinito e indefinibile, nel quale il poeta si trova ormai a suo agio, in una lingua e in uno stile che sono inconfondibilmente suoi; o meglio, è uno spazio-tempo dove le coordinate si intrecciano, si mescolano o forse più semplicemente si perdono nell’indistinto di una non identità, in una dimensione fluida.
Ogni testo, indipendentemente dalla forma che assume (ma i confini in Pellegatta, lettore dei moderni, sono sempre labili, confusi, e non basta certo un banale a capo per poterli definire), sposta incessantemente l’orizzonte d’attesa che il lettore dispone di verso in verso, o di rigo in rigo, anche in virtù di una certa ironia sorniona, sotterranea eppure visibile, che viene da un distacco dalla materia esperita, proprio attraverso la scrittura; la quale, se non pacifica, almeno consente di riportare in superficie quei brandelli di concretezza che solo un dialogo coi morti consente di afferrare nella loro fulminea densità, per poterne prendere definitivamente congedo. Pellegatta è poeta di rapide riappropriazioni di senso come di altrettanto repentine mosse di distacco dalle sue conquiste. In questa oscillazione la sua poesia si sostanzia: «Devo ricordarmi di dimenticarti».
Alberto Pellegatta, Piccola estate, Guanda, 2025, e. 16.00
Pomeriggio tra Kantor e Auden
Non era ancora sera
i prati erano del loro colore
deperito, soprattutto silenziosi
estranei al linguaggio
Non ci ritorno
non c’è più spazio in questo autunno
che si rompe in decine di corvi.
Esco
dà pioggia
il postino non arriva.
Gli anni corrono come convogli.



