lunedì 21 gennaio 2019

AILANTO n. 56 - su Gian Piero Bona





Cerchiamo di orientarci in questo libro estremo di Gian Piero Bona, La volontà del vento, che prende avvio da un’epigrafe da Artur Lundkvist e si congeda con una nota dello stesso Bona. L’epigrafe recita: «Il poeta nel vento; egli pure è vento, / vento le sue parole, /vento la sua volontà, / vento la sua potenza…»; nella nota l’autore scrive che «Questi miei versi sono la traduzione da una lingua a me sconosciuta, prova che il poeta è l’interprete di una vita scritta altrove». Aleatorietà e lontananza sembrano quindi accompagnare, scandire queste poesie, in un’altalena incessante di understatement e di senso della precarietà e della fine, nonché di continuo straniamento; effetto, questo, che Bona riesce a imbastire tanto più si attiene ai versi e alla musica della tradizione, camuffandoli da orecchiabilissima musica da camera, e intanto spingendo il lettore verso gli abissi di una metafisica invero insondabile. Bona, oltre a essere il poeta che conosciamo, e il narratore di libri in prosa importanti come I pantaloni d’oro Il soldato nudo, è anche uno splendido traduttore dei simbolisti, per i quali vale almeno ricordare Corbière e Rimbaud; conosce e pratica l’arte del tradurre, l’ha esercitata su personaggi tutt’altro che abbordabili e sempre con successo. Sa bene, pertanto, cosa significhi interpretare; sa, soprattutto, che ogni nostro atto di parola è un infinito tradurre anche tra chi parla la stessa lingua. Perfino da noi stessi, come ci ricorda Steiner.
Fedele a questo principio, Bona non ha mai smesso di tradursi, di tradurre il sé poeta, come specifica meglio nella nota finale. È un espediente, un camouflage che la modernità di cui si nutre ha praticato in tutti i modi e le forme possibili, dallo sdoppiamento ai tanti manoscritti ritrovati. Eppure, di poesia in poesia, nella disfattrice «volontà del vento» Bona non ritrova altro che se stesso, le sue ossessioni, i suoi fantasmi adorati. È un lirico, questo poeta; un lirico che fa ricorso a tutte le frecce a disposizione, che ama l’ironia, specie se ricade su di lui. A patto, però, di non rinunciare a quel velo serissimo di sapienza distaccata, di olimpica serenità sotto il quale ama, ancora una volta, nascondersi tra i ritmi così fluidi e amabili dei suoi versi.
È davvero un libro estremo, questo. Perché qui, nella musica così suasiva che ricorda la nostra migliore tradizione, da Saba a Penna a Caproni, Bona riesce nell’impossibile: riconoscere, nelle sperse distanze siderali di ogni pensiero sulla morte, che i contrari dell’esistenza sono assai più prossimi di quanto possiamo immaginare. Così, già nella prima poesia, il nostro «dove» può mostrarsi come «malattia dell’altrove»; e se questo rappresenta il dolore di «un vate zoppo» che mette in scena il suo congedo «dall’imboscata umana», dalla follia del reale, pronto a discendere «la scala rotta» della speranza, nell’inimicizia del proprio corpo, resta, proprio come in Penna, un grande, profuso senso di nostalgia.
Gian Piero Bona, La volontà del vento, Mondadori 2018, e. 22.00.

Il centenario
Puoi dirlo, infine,
tutte le spine dell’anima
le hai ritratte su un foglio
e l’imagine sfocata è stata cancellata,
poiché assai stormì la pianta
e ululò la lupa già morente
nel bosco della mente.

Il mistero non è quale tu sei,
ma perché sei.
Così dovrai varcare la paura
per giungere all’altura del tuo canto
e sperare che su te ripassi
il giardiniere delle sere.

Così il vento ti sciuperà le rime,
e in te risonerà la fine
come accordo dominante
senza fine.

mercoledì 26 dicembre 2018

Per Milo De Angelis

Il 28 novembre scorso Milo De Angelis è stato invitato dall'università di Palermo, in occasione di un importante scambio culturale tra Italia e Cina, a partecipare a un pomeriggio di studi sulla sua poesia. Posto il testo del mio intervento, con un augurio speciale a Milo.



Il nome di Milo De Angelis è entrato nelle vicende della poesia italiana di fine Novecento attraverso un titolo che ha, insieme, qualcosa di apodittico e qualcosa di invitante, comunicativo: Somiglianze. Non riesco a trovare altri titoli che possano somigliargli, negli immediati dintorni di quegli anni, quando uscivano libri come Di certe cose che dette in versi suonano meglio che in prosa di Nelo Risi (che poi ci avrebbe dato, però, Le risonanze) o Le mie poesie non cambieranno il mondo. Gli anni Settanta sono stati anni, si sa, combattivi, competitivi, linguisticamente ridondanti. Più indietro mi viene da pensare a Pasque di Zanzotto, e naturalmente a Satura. Insomma, in quel titolo vedevo un sapore novecentesco, classicamente novecentesco e insieme mobile, accattivante: a cosa rinviavano, infatti, quelle somiglianze? Di quali analogie ci invitavano a prendere coscienza? Anche il secondo titolo si dispone come il primo, un semplice plurale lasciato come sospeso sul vuoto del frontespizio: Millimetri. Apparve da Einaudi, e si sa che quella collana propone sempre una poesia in copertina. Al di sotto di millimetri, quindi, ci imbattiamo in questo verso: «Ora c’è la disadorna».  Per raccontare un tempo spoglio e ostile, in cui «gli anni si compiono a manciate», in un antagonismo tra soggetto e realtà che vorrebbe al contrario ottundere ogni consapevolezza, il poeta ricorre a un aggettivo sostantivato: la «disadorna». Ma potrei anche leggerlo, pensando a quanto della cultura degli antichi ha intriso la formazione di De Angelis, come una sorta di plurale neutro: le disadorna, di cui quel libro è, appunto, il millimetrico regesto. Talmente millimetrico da far implodere ogni possibile discorsività, ancora più che in Somiglianze.
A quali analogie, per l’appunto, poteva riferirsi un titolo come quello d’esordio? Una poetica dell’analogia prima o poi finisce per declinare una poetica del simbolo, apre un percorso simbolico (che non vuol dire necessariamente simbolista). In De Angelis l’equivoco veniva forse suggerito da alcuni dei suoi autori di riferimento, più volte citati, nei quali, per la verità, simbolismo, orfismo, perfino un certo ermetismo (se applichiamo la categoria in senso estensivo, fuori dai nostri confini) agiscono per via diretta o anche tangenzialmente. Ma non ho rievocato a caso la cultura classica di questo poeta, che credo abbia rappresentato un potente antidoto a derive modernistiche, che avrebbero fatto di lui, come hanno fatto di molti, un semplice epigono. Nella sua percezione del reale – e il reale, non il simbolico, è il vero, costante polo di tensione di De Angelis – un lettore accorto non avrebbe tardato ad avvertire qualcosa di epico, quell’epica quotidiana che ha segnato diverse esperienze lombarde. In questo De Angelis ha facile gioco nel rivendicare la propria milanesità. Non si tratta e non può trattarsi, ovviamente, di un’epica distesa in una narrazione fluida, in un racconto strutturato. Qui, piuttosto, regna il felice disordine della poesia moderna, la sua capacità di sintetizzare in immagini e non quella di scandire episodi; ma saremmo ancora a un livello di superficie, di fronte a questi versi, se semplicemente li leggessimo come quelli di un moderno che si è nutrito della lezione degli antichi. C’è invece, come De Angelis stesso ammette, una necessità di racconto che si scontra con la sua impossibilità, con una sostanziale incapacità. Se qualcosa è stato preso dai maestri più prossimi, credo sia riferibile a una visione epifanica, ciò che potrebbe apparire un paradosso: perché l’epifania non è soltanto qualcosa che si rivela, già in Somiglianze, ma qualcosa che viene cercato, ostinatamente cercato in una costante mitografia. Perché di questo, si tratta, ora che il percorso di questo poeta si dispiega per intero sotto i nostri occhi nel recente volume riepilogativo.
Non è certo semplice racchiudere in poche note il racconto di oltre quattrocento pagine che contengono una vita intera di poesia, e ancor meno lo è quando il poeta in questione è uno dei più frequentati, dai lettori e dalla critica, ma anche uno dei più complessi del panorama lirico tra i due secoli. Ad aiutarci nell’attraversamento concorrono senz’altro le osservazioni della postfazione, e ancor più la densa nota d’autore che chiude la lunga sequenza delle poesie. La vera novità del libro, rispetto alla confezione editoriale degli «Oscar» di poesia, ormai dismessi, è proprio questa: affidare alla diretta voce del poeta quella che non vuole soltanto risuonare come una dichiarazione di poetica, ma anche come una descrizione di lavoro, come un inesausto work-in-progress aperto al lettore. Un’autentica narrazione non solo dell’insorgere di una vocazione, ma anche di come questa energia irrinunciabile e soverchiante sia stata poi tradotta nei versi qui riuniti, a cui si aggiungono (altra importante novità) alcune poesie “giovanili”, conservate negli anni da un antico maestro e sodale come Angelo Lumelli. La parte delle poesie, così, dialoga in modo più fitto e concreto con il racconto della propria scrittura, a partire dalla sua scoperta e dalle prime prove compiute. Da quelle pagine fondamentali ci vengono incontro alcune categorie, alcune immagini: la «permanenza», lo «svelamento», il «ritorno», il «silenzio», il «tempo». Sono i grandi concetti, ovvero le linee-guida, che possiamo ritrovare in alcuni antecedenti novecenteschi che De Angelis ha eletto tra i suoi interlocutori privilegiati (penso, sopra tutti, a Celan, a Rilke, a Marina Cvetaeva), ma che in realtà attraversano tutta l’ossatura della tradizione poetica occidentale, dai classici greci e latini, verso i quali questo autore non ha mai cessato di dimostrare un’attenzione e forse una predilezione che in altri poeti appare più fievole.
Nel cercare di riprodurre i propri fantasmi e le proprie ossessioni sulla carta, De Angelis ammette fin da subito una sorta non di reticenza ma di impotenza. Parlare della poesia è qualcosa che «mi atterrisce e mi atterra», dichiara, per poi spostare il paradosso sulla natura stessa dell’atto poietico: ambire alla «permanenza» con gli strumenti più esili e indifesi che il presente possa metterci a disposizione. Ma il linguaggio dei poeti si sostanzia di questa contraddizione e dunque di questo miracolo: il suo effetto più pregnante è quello del ri-conoscimento, sulla linea ideale che congiunge Leopardi a Pavese, di un «mondo precedente», verso cui attua, nella spinta mitografica della parola, un possibile «ritorno». Il «porto sepolto» di Ungaretti ne diventa il simbolo più vicino ed efficace. Prima che tutto ciò possa compiersi, il poeta De Angelis ingaggia una lotta con il «silenzio», per sottrarvi quei «brandelli» di un racconto possibile su cui allestire le sue ardue impalcature liriche. È con questa energia implosiva che la sua scrittura da sempre si misura affinché attraverso la porta della Poesia possa infine mostrarsi «la vita autentica».
Dietro la sinopia dei versi appare dunque l’affresco completo: in De Angelis assistiamo alla sintesi di una poetica della parola e di una poetica del racconto, di una ricerca del senso sempre attiva e di una prassi descrittiva implosa. Solo l’affinità tematica può legare tra loro i testi di un libro in una contiguità possibile, ma si tratta ancora una volta di brandelli di discorso. Come accade in Tema dell’addio.
Sosteneva Saba, poeta stilisticamente lontano da De Angelis, che l’esperienza della poesia  si lega necessariamente a quella di un grande amore o di un grande dolore. E certamente, in quanto profondamente lirica, la scrittura di De Angelis si nutre di entrambi, ma compiendo un ulteriore passo in avanti. Fin dal suo libro d’esordio, infatti, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a una tappa, a una collana di episodi folgoranti che dovranno rinviare ad altro, come a costruire, di libro in libro, una sorta di canzoniere, o, per riprendere un titolo recente di questo autore, una «biografia sommaria»; e allora la citazione sabiana parrà ancora più calzante, in questa prospettiva, specie se amore e dolore divengono due poli di tensione, due estremi di vita incessantemente dialettizzati tra loro. 
Tema dell’addio rappresenta come un cortocircuito espressivo, in questo grande percorso, poiché riporta De Angelis a certe pulsioni e costruzioni del dettato poetico tipiche dei suoi esordi con Somiglianze Millimetri, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Certamente, ciò accade dopo una lunga maturazione, che consente a questo autore di distendere comunque quelle improvvise inarcature, quelle accensioni che contraddistinguono la sua prima scrittura. Eppure ogni testo vive qui al tempo stesso di autonomia propria e si lega agli altri, attraverso una narratività franta, spezzata: così accade tra le diverse sezioni del libro, a rimarcarne la coerenza e la compattezza, ma anche all’interno di ciascun testo il lettore torna talvolta ad assistere a quelle improvvise deviazioni d’immagine, a quegli accostamenti improbabili, a quei depistamenti cui la sintassi del primo De Angelis ci aveva abituato, consegnandoci uno stile sempre riconoscibile nella sua densità. E lo stile, per l’appunto, non è mai innocente, ma rimanda inevitabilmente alla complessità dei rapporti non solo con il mondo fenomenico, ma anzitutto con quello dei propri sentimenti. 
Amore e dolore sono i due grandi ingredienti di questo piccolo canzoniere estremo, tutto centrato sulla figura della moglie Giovanna Sicari, una delle voci poetiche più vere e originali dell’ultimo scorcio di Novecento, una voce che ancora attende la sua giusta ricollocazione nelle vicende letterarie più recenti. La forza, direi la forza disperata di questo libro sta proprio nel porsi in uno stadio intermedio, sospeso, di assoluta e totale tensione, tra vita e morte. Queste poesie cantano nell’amore e nella vitalità l’imminenza di una morte e quindi vanno a collocarsi su un versante tutto particolare, quello di un’attesa ineludibile. Il tempo diventa l’antagonista, la coordinata che continua a sottrarsi e la cui conta segna inevitabilmente un tracciato a rovescio. E nonostante la vicinanza, la contiguità con l’esperienza tragica di una scomparsa annunciata (Giovanna Sicari si è spenta alla fine del 2003 dopo una malattia a lungo combattuta), c’è in queste poesie come la sublimazione del dolore, la sua traduzione in una esatta esperienza estetica.
Si prenda, ad esempio, il testo d’avvio, una poesia dell’attesa in vita, che diventa emblema di tutte le altre attese che via via diventeranno sempre più drammatiche. È una poesia che nei suoi vuoti e nei suoi pieni contiene già l’andamento dell’intero libro, un lungo affresco in bianco e nero, dove la memoria traccia sul tessuto stesso del presente i suoi segni prevaricatori, deviando ogni vissuto verso una scrittura che è già intrisa, filtrata di sentimento. Dove è più la verità, se vita e poesia sono così vicine? Se l’una contiene l’altra, e viceversa? Lo stile di De Angelis nasce da questa reciprocità, che lo tiene equidistante da tentazioni orfiche e manieristiche, cui spesso a torto è stato accostato, sia dagli sperimentalismi fini a se stessi. E nella sua pregnanza, nel suo non sottrarsi alla nudità della vita, che qui è rievocata attraverso le altre figure femminili già presenti in altre stagioni, Tema dell’addio è anche un libro del coraggio e qui sta la sua necessità.
L’ultimo libro di Milo De Angelis è apparso nel 2015, a cinque anni da Quell’andarsene nel buio dei cortili. Vi si agita uno spazio della memoria molto vasto, mentre l’esperienza si riduce sempre a un istante e a un luogo, che appartengono a Milano, onirica città madre e origine di ogni impulso vitale e creativo. La memoria di De Angelis è implosiva, con una mira assoluta tende a concentrarsi proprio all’incrocio delle coordinate dello spazio e del tempo, per fissare in poesia quella serie di piccoli, ma fondamentali big bang che hanno dato anima ai sussulti, ai terremoti, perfino agli «agguati» che la morte mette continuamente in atto e che ritroviamo già nel titolo, Incontri e agguati. La scenografia del racconto sembra essere composta di strade, architetture, scuole, campi di calcio, ma in realtà questo poeta smuove una ben più ampia fisica dell’esperienza, scava nel nucleo dei propri spazi e tempi, affronta con estremo rigore le pulsioni ancora vive e talvolta dolenti come in una vera e propria «guerra di trincea». Con questo titolo si apre la prima delle tre sezioni del libro, quella in cui la presenza antagonistica della morte è talmente pressante da mettere in scena non una tragedia con le sue inevitabili catarsi, ma una tensione incessante che dà invece vita e movimento al pensiero stesso, come all’esperienza indiretta di ciò che non è dato raccontare. E i limiti di questo raccontare la morte sono proprio, da un lato, la stasi, l’immobilità che ogni fine porta con sé, e il lavorìo continuo, l’«officina» della narrazione, come la chiama De Angelis: «Questa morte è un’officina / ci lavoro da anni e anni / conosco i pezzi buoni e quelli deboli, / i giorni propizi, la virtù / di applicarsi minuto per minuto e quella / di sostare, sostare e attendere / una soluzione nuova per il guasto. / Vieni, amico mio, ti faccio vedere, / ti racconto». È il primo testo del libro, e ne contiene in nuce il moto più intimo, l’altalena tra stasi e lavoro, tra morte e vita della parola, a cui la memoria costringe il soggetto. La parola si offre ancora come un estremo esorcismo nei confronti della finitudine, specie quando la vita per qualche ragione si interrompe e non riesce a completarsi come dovrebbe: le ombre che visitano il poeta, infatti, giungono come memoria felice di incontri che nell’atto stesso della rievocazione, ormai dalla parte della morte, sono avvertiti come agguati, come sobbalzi rispetto a un senso globale che non si riesce a ricomporre. 
La poesia non dà giudizio, è costretta a fermarsi e a registrare, a far emergere quel sostrato di ineffabilità che è il suo limite e anche il limite di ogni ricerca del senso. Un «buio primitivo», uno spazio oscuro della coscienza, un vuoto filogenetico inquina la pienezza dell’alba, con un «canto di puro gelo», con la freddezza che è della paura e anche del non poter conoscere. E se pure l’idea stessa della morte si è più volte incarnata in quella di una fanciulla sorridente e gentile, nel suo tepore apparente, dietro il suo sorriso siamo sempre stati invitati a formare «a poco a poco la parola niente»: tautologica e drammatica sovrapposizione del gramma all’effetto stesso della morte, rilievo di un alfabeto crudele che improvvisamente visita la mente del soggetto e vi s’imprime con tutta la sua inquietudine, lasciando per sempre l’amara ipoteca di un’interruzione, di un compimento mancato, di un’occasione importante e irrimediabilmente perduta. Lì, «nel fischio micidiale del minuto», in quell’istante assoluto e sospeso la morte si manifesta in tutta la freddezza del suo distacco, nell’indifferenza con cui colpisce e sottrae il poeta al colloquio amicale, agli affetti, ai pensieri di cui avrebbe potuto continuare a nutrirsi: «Vicino alla morte tutto è presente / non c’è infanzia né paradiso / tu cadi in un urlo segreto / e non parli». Questa lontananza coatta dall’infanzia e dal paradiso stabilisce anche una tragica cesura della memoria, che si annulla in un infinito presente senza senso, senza più tempo; così che guardando avanti si può soltanto percepire il senso della caduta, ovvero della perdita, dell’allontanamento da un’origine felice, e l’immagine stessa del poeta non può risultare che quella di «un povero fiore di fiume / che si è aggrappato alla poesia».
La seconda sezione, che dà il titolo al volume, è una sorta di Spoon River visionaria, dove le ombre dei morti si mescolano talvolta con quelle dei vivi, al punto che la morte finisce per presentarsi non più come una cesura biologica, ma come un espediente stesso della memoria. In quella cornice trascendente essa può parimenti collocare perdite avvenute e minacce eventuali, ponendo sullo stesso piano la rievocazione degli affetti e il monito di un «sentiero», di un «tragitto» ancora percorribili, «come una poesia / che rinasce precipitando nel suo bianco». È la visione a garantire questa imperturbabilità e ancora una volta la poesia si fa presenza necessaria e tautologica, la sola in grado di tentare una voce possibile per tutte le voci che ormai appartengono alla morte. Morte che permea di sé, nella specie del  delitto, la terza e ultima sezione, Alta sorveglianza. Qui l’omicidio passionale, il femminicidio si fa ancora una volta «minuto esteso», attimo dilatato in un eterno ritorno del tragico; poiché, se pure l’atto è stato compiuto e se ne scontano le conseguenze, la poesia lo ricarica di verso in verso, fino a farne, immancabilmente, «cieca evasione», «notte sterminata». È in questo estremo sostrato metaforico che De Angelis si conferma tra le voci più alte e autentiche a cavallo del millennio.

sabato 3 novembre 2018

AILANTO n. 55 - su Michele de Virgilio





La poesia è «una rossa signora / scorta per caso / nella fretta di un’ora» e viene a dirci cose ovvie. Le cose, cioè, da cui siamo talmente circondati, e a cui siamo talmente abituati, da non riuscire a scorgerle più, e a non dirne.  Il vero mistero della poesia è in questo, lo ripeteva da ultimo un lettore d’eccezione come Luciano Anceschi in un saggio importante e non facile, Gli specchi della poesia. Traggo questi versi dal libro di Michele de Virgilio, Tutte le luci accese, che con una prefazione di Paolo Di Paolo raccoglie le poesie scritte tra il 2011 e il 2017. De Virgilio è un poeta del Sud, lo ribadisce più volte: per quanto stereotipo, il suo territorio, ancora una volta causa di delusioni e desolazioni, di fughe e partenze coatte, si offre come una metafora potente, al di qua però di quanto è accaduto dall’altra parte del regno borbonico, ovvero oltre il faro di Messina, dove la metaforicità, come ci insegna una lunga e felice tradizione, è davvero spinta al massimo. De Virgilio invece si trattiene all’interno di un territorio tutto personale, compreso tra gli affetti familiari, gli amori, le esperienze di lavoro (è tecnico della riabilitazione psichiatrica e dunque frequenta e conosce a fondo i percorsi della mente) e i viaggi. In questo quadrato perfetto, dove nessun lato sembra predominare sull’altro, si sostanzia la sua scrittura, prende corpo (è proprio il caso) la sua poesia, nella forma di quella «rossa signora». Allegoria o allucinazione? Non importa, il risultato non cambia: la fisicità è una componente essenziale in questo libro, dove il corpo è paesaggio esattamente come il paesaggio si fa corpo. Il Sud «è una sala da parto immensa».
Si disegna, come giustamente suggerisce il prefatore, una sorta di mappa geografica, composta di luoghi e città, di acque che percorrono inesorabilmente gli ambienti carsici di una mente fertile, disposta ogni volta ad assorbire l’osservato, a reinventarlo e dunque a farlo esistere. Per questo la memoria ha un ruolo primario in questa scrittura: ne è l’autentico motore, ma non nel senso proustiano, conservativo, di recupero di un «tempo perduto», quanto di un costante riplasmare il paesaggio. La poesia, ricordava Paz, non è l’esperienza, ma la metafora di un’esperienza. E ogni metafora è un ricordo. È questo, direi, il vero tratto “meridionale” di de Virgilio, ciò che lo accomuna, per esempio, alle scritture di un Gatto o di un Bodini. Dunque anche le allegorie o le allucinazioni fanno parte di questo percorso: la «vita», termine chiave per questo poeta, si fa «limpida» quando la bellezza esclude il mondo, ovvero quando comincia il lavoro della scrittura. Quando la poesia agisce, quando l’autore preme «il pulsante dello scrivere» per illuminare «i sottoscala del cuore».
Tutte le luci accese potrebbe allora tradursi con “tutti i motori della poesia accesi”, come con la visione di un paesaggio composito e felice. Certo, c’è anche lo «scontento» che si registra nell’ultima sezione, ma sappiamo che fa parte del gioco. Sostanzialmente de Virgilio è un poeta felice. E consapevole: «Io viaggio per non diventare cieco», recita l’epigrafe iniziale da Josef Koudelka. E allora questa fisiologia della visione, che sa farsi insieme introspezione e invenzione, ci riporta, con tutta la freschezza di questi versi, al moto originario della poesia, al suo guardare il mondo con uno sguardo ancora fanciullesco, mentre ci si interroga se il futuro sarà «un tuono / o un faro spento».
Michele de Virgilio, Tutte le luci accese, pref. di Paolo Di Paolo, Ladolfi 2018, e. 10.

Ultima preghiera
                                       ad A.M.
Tu che mi guardi,
che mi raccomandi di non fare tardi,
provocami la fede, cospargi
di baci nobili i miei giorni di luce
elettrica,  dimmi chi sono,
da dove vengo.
Se il mio futuro è un tuono
o un faro spento.

giovedì 1 novembre 2018

AILANTO n. 54 - su Anthony Hecht




Per le cure di Moira Egan e Damiano Abeni, con un’introduzione del suo maggior esegeta, Joseph Harrison, l’editore Donzelli pubblica una corposa antologia di uno dei più importanti poeti statunitensi del secolo scorso, Anthony Hecht.  Nato a New York nel 1923, scomparso a Washington nel 2004, Hecht è stato certamente tra i testimoni più attendibili dei rapporti storici all’interno delle culture occidentali, essendo vissuto, tra l’altro, in Italia grazie a un lontano Prix de Rome. Ciò nonostante, il suo nome non è certo tra i più riconosciuti, nel nostro panorama editoriale  della poesia angloamericana, forse dominato da un’eccessiva attenzione per le origini (Whitman e Dickinson), per i modernisti (Pound, Williams, Stevens, Marianne Moore), gli autori Beat. Sporadiche, in passato, le apparizioni di poeti ormai classici come Berryman o Cummings, e di altri come Creeley, Olson, Crowe Ransom, Penn Warren, Ashbery. Perfino di Lowell. Le più recenti e autorevoli antologie risalgono già a più di un decennio e ancora molti nomi importanti, affermatisi nell’ultimo scorcio del Novecento, mancano all’appello, soprattutto tra le donne, ancora confinate alla triade Plath-Sexton-Bishop: meritoria, quindi, l’attenzione che la collana di poesia di Donzelli riserva ai poeti d’oltre Atlantico, a partire da Mark Strand fino a Philip Schultz.
Non so se una certa resistenza sia dovuta alla nostra maggiore affiliazione, nella prima metà del secolo breve, alla poesia soprattutto francese e spagnola, che tanto accese gli entusiasmi degli ermetici; mentre quella di lingua inglese restava più in disparte. La costruzione come architettura del testo e una certa dose di fantasioso intellettualismo nella realizzazione delle immagini ci hanno reso a lungo più figli di Valéry e di Lorca che di Frost. Così la tradizione narrativa e fluente della ballata americana ha dovuto attendere proprio la sua decostruzione in ambito beat per potersi paradossalmente far riconoscere e apprezzare, pur isolandosi a una certa distanza dalle soluzioni cercate dai nostri poeti; non a caso anche nell’ambito dei traduttori, tra i quali mi piace ricordare la felice eccezione di Roberto Sanesi.
Le ore dure è il titolo di quella che con ogni probabilità resta l’opera maggiore di Hecht, e che i curatori hanno scelto per questo florilegio italiano. Non era impresa da poco quella di rappresentare la complessità di un autore come Hecht nello spazio di un unico volume, ma lo sforzo degli editori è stato ampiamente ripagato. L’immagine che ne viene è quella di un poeta che padroneggia al massimo livello le strutture sintattiche della sua lingua, riplasmandole a suo piacimento; di un vero virtuoso della metrica (ciò che rende ancora più arduo il compito del traduttore), che esercita sapientemente il proprio orecchio così come tende il proprio sguardo alle altre modalità della rappresentazione, come la pittura. Questa capacità di sondare a tutto campo le potenzialità della lingua fa di Hecht un abilissimo inventore di metafore, di analogie, di suggestioni per cui il mondo empirico si mostra come un unico, potente serbatoio di immagini. Perfettamente consapevole della responsabilità dell’espressione, di ogni espressione, Hecht atteggia la sua scrittura secondo il rigore che gli viene dalla vita, anzitutto, come dalla frequentazione di autori profondamente ispirati da un proprio codice morale, come Tate o, più lontano, George Herbert. In questo modo ci viene mostrata, con lucido aplomb, la fenomenologia del dolore, portata sul piano di un’epifania in negativo, che nulla può rivelare oltre se stessa; ovvero oltre le immagini che la memoria sa recuperare, senza aggiungere un grammo di senso che non sia già nel cuore stesso dell’immagine, nel suo farsi portare allo scoperto, in una mis à nu spesso straziante.
Anthony Hecht, Le ore dure, a cura di M. Egan, D. Abeni, introduzione di J. Harrison, Donzelli 2018, e. 17.

Da L’uva
E tutte quelle piccole borse di vitrea trasparenza,
quei grappoli di pianeti, porgevano la guancia orientale
alla luce del sole, ciascuna con un morbido
gonfiore meridiano dove la luce più sottile
misteriosamente scemava nell’ombra,
ai freschi recessi, ai tranquilli e tristi azzurri
che facevano da cuscino al Beau Rivage.
E mentre guardavo riuscivo quasi a vedere la luce
spostarsi lentissima su quelle semplici superfici,
e a sentire il sole che si muoveva sulla mia pelle
come un ghiacciaio caldo. E mi è sembrato di capire
nel mio sangue il significato del tempo siderale
e ho capito che la mia piccola vita era giunta all’apice.