Segnalo questa bella iniziativa a cura di Carmelo Princiotta, che ringrazio per l'invito. Vi aspettiamo!
mercoledì 17 gennaio 2018
martedì 16 gennaio 2018
Il Meridiano Penna a Firenze, 23 gennaio
Grazie a Gloria Manghetti e agli amici del Gabinetto Vieusseux; ad Anna Dolfi, Roberto Galaverni ed Elena Gurrieri, che condivideranno con noi questo evento.
sabato 30 dicembre 2017
AILANTO n. 51 - Su Marco Sonzogni
Per
un lettore e un interprete acuto di Montale come Marco Sonzogni (ricordo, qui,
i due recenti volumetti per Archinto: La
speranza di pure rivederti… e, in questo 2017 ormai al termine, «Il guindolo del Tempo». Montale, Clizia e
il pegno) potrebbe sembrare scontato che il passaggio nella scrittura in
versi comporti – se non l’emulazione – qualche riferimento, sul piano della
citazione, dell’imitazione, dell’affettuosa, omaggiante parodia. In effetti
qualche segnale di queste pratiche si ritrova nelle pagine della sua ultima
raccolta, Passaggi. Poesie e prose
poetiche, in cui l’autore riunisce il lavoro creativo degli ultimi tre
anni, dal 2014 al 2017. Il volume è apparso nella collana «Labyrinty» per una
sigla che ha fatto la storia della poesia italiana del primo Novecento, Montale
compreso; all’editore Rocco Carabba di Lanciano si deve, infatti, una
sfortunata edizione di Ossi di seppia,
perlopiù finita distrutta in un incendio che colpì il magazzino dove erano
custodite le copie.
C’è
dunque, nelle vicende di Sonzogni, una sorta di transfert montaliano, avviatosi
proprio con le sue ricerche sul rapporto tra il poeta e Irma Brandeis, la
studiosa ebrea americana che avrebbe dovuto portarlo a insegnare negli Stati
Uniti, senza riuscirvi. A colei alla quale era destinato il nome di Clizia,
Montale aveva promesso un «pegno», un «amuleto» finora mai rinvenuto, sulle cui
tracce Sonzogni si è avviato con successo. Ma come Montale restò in Italia,
avviandosi a una fitta attività di giornalismo culturale, il suo giovane
esegeta ha invece compiuto un lungo, vero viaggio, fino agli antipodi (insegna
letteratura italiana a Wellington). Così i temi della dislocazione, della
distanza geografica e affettiva ricorrono nei suoi versi, intrecciandosi – ma
poche volte, a dire il vero – con il fantasma di Montale e con alcuni dei suoi
attacchi e chiuse più famosi: «Non distorcere ti prego l’ombra con cui sfioro /
il tuo pensiero»; «Puoi tu non crederti sorella?».
Si
tratta di brevi apparizioni, di segnali di voluta, esibita vicinanza di
lettore, piuttosto che di una vera e propria contaminazione. La scrittura di
Sonzogni, già matura, procede autonomamente per raccontare, piuttosto, ciò che
nella vita di Montale non è più accaduto (e verrebbe di dire, col senno di poi,
che non sarebbe mai potuto accadere). Treni e stazioni popolano queste poesie,
in una sorta di vortice motorio, di incessante spostamento nel tempo e nello
spazio, tra memoria e presente. Caparbiamente, come ogni vero poeta, Sonzogni
sa che la sua sola casa è la lingua che lo abita. Così il componimento finale
ci affida a un dialetto lombardo: «sono sicuro che la mia casa è qui»,
nell’identità delle parole, nel loro suonare affettivamente. È una certezza che
non si può non condividere e che appartiene, da sempre, alla storia della
poesia: fuori di quella lingua la vita preme con le sue urgenze, donando al
poeta «occasioni» di scrittura, portandolo nella dimensione assoluta del «qui e
altrove», dove le immagini si affastellano senza condensarsi. Perché questo
accada, Sonzogni sa che deve fermarsi nella propria lingua, lui che è anche un
abile traduttore (ricordo il “meridiano” di Seamus Heaney). Solo lì, fondando e
rifondando ogni volta il proprio stile, tutti gli ingredienti della poesia,
dalle Ipotesi ai Lasciti trovano finalmente espressione, simili modo; ovvero nel modo in cui la vita stessa vorrà riportarci
al punto della sua origine.
Marco Sonzogni, Passaggi. Poesie e prose poetiche (2014-2017), prefazione di Matteo
M. Vecchio, Carabba 2017, e. 13.00.
Che
già solo cercarti
smuove,
scalfisce, strappa.
E
non so sparare. Guardo
da
terra, in pectore guado.
Quando
la misura scappa
io
rinculo e tu riparti.
sabato 11 novembre 2017
AILANTO n. 50 - su Renato Nisticò
C’è
qualcosa che non torna, immancabilmente, nelle geografie letterarie più
recenti, soprattutto quelle della poesia; e se quelle geografie si restringono
a una generazione di autori la situazione non cambia, qualcuno o qualcosa si
sarà sottratto comunque all’attenzione dei compilatori di manuali o di
frettolose e tendenziose antologie. Tra i nomi della generazione degli anni
Sessanta, per esempio, è mancato a lungo quello di Renato Nisticò, oggi
pienamente riscattato dall’apparizione della sua seconda raccolta, Attenti caduta metafore, nella preziosa
collana di poesia dell’editore Donzelli. La prima, intitolata Regno mobile, risale al lontano 2001.
Il
nuovo libro ha una struttura forse poco italiana, nel senso che non appare
organizzata in sezioni, ma lascia liberamente fluire i temi dal testo d’avvio a
quello di chiusura, non senza una certa specularità. Il poeta, nell’incipit, si
presenta sotto le spoglie di un dio nascosto e la sua condizione appare essere
quella della maturità: «Sono diventato adulto / son diventato grande», dice
Nisticò, come a suggellare la fine di quella lunga, variegata Bildung di cui Regno mobile, e anche il romanzo L’Arcavacante erano stati l’espressione, ora ironica ora sospesa
tra residui di incanto e delusioni. Ma «attenti», come suggerisce il titolo,
perché lo scarto metaforico è sempre in agguato per sorprendere e spiazzare il
lettore. Così quel secondo aggettivo, «grande», vuole riferirsi non solo
all’anagrafe, ma anche a una condizione di pervasiva smisuratezza: dalle sue
altezze, il dio perde la percezione delle «cose della terra», e allora anche la
conquista della maturità si rivela una facile illusione, un nascondersi a se
stessi. Il poeta è infine un «triste» ma «vivace impostore», come recita
l’ultimo verso della raccolta: «L’età cade muta», ed è significativa
quest’asserzione dopo un vasto dispiegarsi di risorse locutive, finanche di un
tentativo di Discorso agli italiani,
dove la passione non scade mai in facile retorica.
Nisticò
ha il dono di sospendere il linguaggio in una zona del poetico dove ogni
significato sembra ancora compiersi, e dunque tutto diventa risorsa, per lui, e
nulla rischia di usurarsi. Le sue immagini sembrano ancora pregne di quel
candore che rinvia a uno sguardo adolescente, alla freschezza e vivacità di un
perenne presente: «Qui da noi di una storia / del futuro non se ne fanno
niente», scrive in L’avo futuro.
Quanto al passato, la sua rievocazione non è mai oscurata dalla malinconia,
perché «La vita è una, non ammette altro da sé», suggerisce severamente
l’autore come a circoscrivere un suo recinto, una sua condivisa ontologia. In
questa immanenza, di cui l’occhio si è nutrito incessantemente e che non cessa
di reinventarsi nella lingua della poesia fino a farsi «cristallo di durata»,
Nisticò ci aiuta invece a comprendere che il grande tema di fondo, il vero
antagonista è proprio il tempo, richiamato sotto ogni possibile specie, a
partire da quella della finitudine, se «vita mortale, verso l’inverno vai» (Le vecchie). Non so fino a che punto
questo carattere di meditazione sul fluire della vita sia un tratto che
accomuna questo libro all’opera di diversi poeti del meridione, né vorrei che
sembrasse riduttivo, nei confronti di un libro così mosso, così ricco delle sue
necessità, stabilire un confine tematico così netto. Ma se «L’acqua è allora
una durata», si chiede guardando la pioggia, allora un filo non troppo segreto
da Eraclito a Brodskij lega Attenti
caduta metafore a qualcosa che ha a che fare anche con una morale del
tempo, non solo con il suo manifesto consumarsi. Dietro la fanciullezza delle
immagini si riconosce una corda civile che proprio verso la fine tende a
rivelarsi con più nettezza, presentandosi come un memento e come un invito.
Renato Nisticò, Attenti caduta metafore, Donzelli 2017, e. 14.00
La
luce si nasconde dietro il suo apparire:
rivelazione
di una troppo vivida estate
che
ha partorito in te
un
certo tipo di sguardo, bieco e ridente:
I
maestri non lo sanno che cos’è la luce:
se
possono, ti ripetono formule
risapute…
Tu
dici È la ragione dei ciechi
è il
nero degli occhi che accresce
lo
splendore dei possibili volti
Io
dico È il popolo d’immediati rancori
che
si rivolta nell’opacità della lente
oscura
Non
è chiara la luce
venerdì 20 ottobre 2017
giovedì 19 ottobre 2017
giovedì 5 ottobre 2017
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